LA RIVOLTA DEI LENTI

“Aspetta il tuo turno”, ” Aspetta il momento giusto”, “Aspetta la promozione”.

Una virtù, così ci hanno insegnato e certamente lo dicevano soprattutto coloro che ci volevano tenere buoni mentre ci fregavano il posto, i soldi o la vita.

Soprattutto “Aspetta” senza rompere i coglioni.

La pazienza è stata venduta o talvolta spacciata come qualità spirituale quando, sovente era un sedativo sociale, una camomilla ideologica, il tranquillante delle società esauste; dalle religioni glorificata quale rallentamento naturale di rivolte, dalle aziende amata spudoratamente quale ritardataria di dimissioni, dalle famiglie divinizzata perché capace di edulcorare gli scandali.

“Porta pazienza” la frase in cui il mondo ti chiede di tollerare, gentilmente, l’insopportabile (senza dare fuoco al municipio).

Eppure, disgrazia nella disgrazia, esiste davvero solo che non assomiglia alla caricatura del monaco tibetano sotto copertura wi-fi che sorride davanti a un tè matcha da nove euro.

La pazienza è rabbia educata.

Lo avevano compreso (ottimamente) Pavese, Giorgio de Chirico e Morricone, tre uomini apparentemente provenienti da tre universi incompatibili che in realtà erano uniti dalla medesima disciplina ovvero sopportare il tempo senza diventare idioti (che è quasi impossibile), perché, diciamolo pure fuori dai denti, il tempo non sempre migliora, sovente consuma, spesso rincoglionisce.

La retorica ci ha truffati con la favola del tempo guaritore quando non cura un bel niente automaticamente: un impiegato pubblico cosmico, lento, distratto, talvolta sadico che ti costringe a stare in fila per poi comunicarti che manca la fotocopia dell’anima.

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Pavese ci aveva visto lungo illo tempore, nei suoi scritti nessuno guariva davvero, la gente tirava a campare ed è scandaloso come autore ancora oggi, perché non consola ma accompagna dentro al dolore senza mettere la musica motivazionale sottofondo, non vende la rinascita, non parla di resilienza (termine orribile inventato per trasformare l’esaurimento nervoso in competizione professionale), lui ti guarda, con quella malinconia piemontese da impiegato metafisico e sembra dire “certo che la vita è dura ma non facciamone un talent show”.

Poi arriva Giorgio (de Chirico) e la pazienza si è trasformata in allucinazione geometrica, piazze ferme, treni lontani, ombre lunghissime, con la sensazione che stia per accadere qualcosa ma non succede niente.

Morricone la prova provata che la pazienza non è ascrivibile nella tabella della passività piuttosto in quella della precisione ossessiva; ore, giorni, strutture armoniose e correzioni (l’ispirazione è sopravvalutata), perché la grandezza è noiosa da vedere (fallimenti, metodo, ripetizioni).

Questi tre uomini avevano qualcosa di quasi insopportabile per i giorni nostri, la durata, perché la pazienza umilia, costringe a vedere quanto si sia mediocri prima di divenire bravi; le questioni importanti maturano al buoi, radici, ossessioni, intelligenza.

La pazienza non è una virtù ma una forma aristocratica di resistenza interiore, la capacità di non prostituire tutto subito: dolore, talento, rabbia, solitudine e pure la faccia.

Pavese la trasforma in fatica.

Giorgio de Chirico in ombra.

Morricone in attesa musicale.

Francesca Valleri