GEOGRAFIA DI UN AFFACCIO

Probabilmente l’oggetto più sottovalutato della civiltà occidentale, non possiede l’autorità della porta (che decide chi entra e chi resta fuori), né il mistero dello specchio, eppure osserva tutto, senza mai imporsi, una spettatrice elegante, discreta, quasi aristocratica, non reclama attenzioni pur meritandole: la finestra.

In pittura è più confine che elemento architettonico; Vermeer ( Girl Reading a Letter at an Open Window) non la fa comparire in tutta la sua interezza, non usa la luce per illuminarla, entra ma non irrompe, eppure governa la scena.

Secoli dopo Hopper la trasforma in un dispositivo esistenziale; in “Morning Sun” una donna guarda fuori…o dentro?…diventa una soglia psicologica a tal punto che non dipinge ciò che vede piuttosto ciò che sente quando la guarda.

La letteratura, naturalmente, non é rimasta a guardare e in “Madame Bovary”, Emma passa una quantità sospetta di tempo affacciata alla finestra, non per amore dell’aria fresca ma per quell’aria tutta umana di desiderare ciò che è altrove, un filtro molto prima di Instagram.

E a propositi di filtri, la finestra è stata il primo social network della storia; ci si affacciava, si osservava, si veniva osservati, un like poteva essere un cenno del capo, un commento una parola lanciata da un balcone all’altro.

La differenza che nessun algoritmo decideva cosa vedere: solo il caso, il destino o il fato se vogliamo essere romantici.

E’ vertigine nell’astronomia trasformandosi, con il telescopio, in una finestra potenziata: Galileo Galilei non stava osservando le stelle piuttosto spalancando una finestra sull’infinito e da allora ogni osservatorio è una casa con le finestre rivolte verso ciò che noi non potremo mai davvero abitare.

In filosofia diventa una metafora irresistibile.

Descartes, nelle sue meditazioni, immagina di osservare dalla finestra uomini che camminano per strada.

Ma come fa a sapere che sono essere umani e non automi?

La finestra improvvisamente diventa un problema epistemologico: vedere non è conoscere, guardare fuori non garantisce verità ma interpretazioni ben vestite.

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Nel cinema smette di essere passiva e diventa complice con Hitchcock si trasforma in un gesto di intrusione, quasi di colpa e diventa così uno schermo dentro lo schermo, un cinema domestico dove la realtà è già racconto e nella musica è un’immagine emotiva.

Nella vita quotidiana resta un piccolo teatro domestico, c’è chi la apre con decisione come se il mondo avesse bisogno di essere invitato, c’è chi la socchiude diffidente, lasciando passare solo una porzione d’aria come se anche l’ossigeno dovesse guadagnarsi la fiducia e poi c’è il gatto (figura imprescindibile) che la trasforma in un trono; non guarda fuori, contempla, non osserva, giudica.

C’è la finestra della nonna con le tende leggermente ingiallite e i vasi di gerani che sembrano resistere a tutto, pure al tempo, quella dello studente sempre un po’ disordinata, con i libri impilati e i sogni più grandi della stanza e quella degli uffici, dove qualcuno ogni tanto si sofferma a guardare fuori non per interesse ma per necessità.

E poi quelle chiuse da troppo tempo, che hanno qualcosa di malinconico, quasi sospeso, vetri opachi, persiane abbassate, raccontando più assenze che presenze.

La finestra è molto più di una “semplice” apertura, è una posizione esistenziale, il luogo da cui scegliamo di guardare ma anche quello da cui decidiamo consapevolmente di essere guardati, è distanza, rischio, intimità e spettacolo; ci affacciamo per cercare il mondo e finiamo per incontrare noi stessi riflessi nel vetro che di giorno è trasparente ma di notte torna specchio.

Ogni finestra è una scelta e un affaccio, una dichiarazione su ciò che siamo disposti a guardare…e allora continuiamo ad aprirle con leggerezza, esitazione e curiosità; le spalanchiamo per far entrare aria e anche per dare forma ai nostri pensieri e misurare la distanza fra ciò che siamo e quello che desideriamo.

Francesca Valleri