VENDETTA ANAGRAMMATICA

C’è una bizzarra vertigine geometrica incastrata nel nome delle città, una mezza perversione della lingua che si diverte a svelare le nostre manie segrete semplicemente rimescolando le consonanti.
Il caso più clamoroso è quel corto circuito che ribaltando le pietre di Roma, ci restituisce lo specchio di Amor.
Non è un passatempo per enigmistici ma una raffinata burla della storia: il passaggio millenario dalla solidità del Colosseo alla fluidità ingannevole dell’amor proprio, l’inversione simmetrica tra la solidità immutabile del marmo e il sentimento naturale che è la natura stessa della Bellezza.
In pratica la lingua stessa ha voluto prenderci in giro fin dall’inizio, ricordandoci che basta un refuso o un momento di distrazione per trasformare un impero militare in una melensa dichiarazione d’amore.
Questa mappa dei doppi sensi geografici attraversa la storia, quasi a suggerire che la Bellezza di un luogo risiede proprio nella capacità di contenere il proprio opposto (rivelando simmetrie inaspettate).
Milano si specchia nel bifronte Animo L.
Il paradosso della terra lombarda: tutte le linee geometriche, fretta e uffici, che però nascondono sotto il Duomo un animo “extralarge” (L. appunto).
Torino rivela fra le sue lettere la parola Notori.
La capitale sabauda, famosa per la sua leggendaria riservatezza e per una bellezza che preferisce non farsi notare, scopre di avere un destino da influencer; fa di tutto per fare la modesta e la discreta ma le sue stesse consonanti la condannano a una inevitabile e sfacciata notorietà.
Cortina racchiude l’intreccio perfetto della parola Cantori.
Laddove la natura incontaminata spinse Dino Buzzati a cercare il silenzio sublime, oggi una sinfonia di sguardi a celebrare la maestosità della montagna (cercando l’angolazione giusta per non far sembrare la giacca a vento troppo gonfia).
Venezia si scompone e crea l’anagramma Avezni, eco antico che evoca lusinghe e vezzi dell’accoglienza.
La città anfibia, che galleggia miracolosamente fra la terra e l’acqua, incarna da sempre la bellezza del trucco e parrucco teatrale; un luogo talmente abituato a sedurre da far sospettare che persino i piccioni di Piazza San Marco abbiano imparato a mettersi di tre quarti per fare le foto.
Il passaggio da Roma a Amor è un gioco che affascina i poeti da secoli.

Il canone classico che gli storici dell’arte come Winckelmann identificavano nella “nobile semplicità e quieta grandezza” non ha mai necessitato di fronzoli; insomma se hai la grazia monumentale di un tempio greco non hai necessità di aggiungere fari al neon.
Già Properzio, duemila anni fa, esortava le donne romane a piantarla con i trucchi eccessivi, ricordando che l’amore nudo rifiuta l’intervento di un artefice e Leon Battista Alberti definiva la Bellezza ” come un concerto di tutte le parti accomodate insieme con proporzione”, tale che non si possa aggiungere o togliere nulla senza distruggere l’insieme.
L’anagramma diventa una chiave di lettura “semplice”, un invito ad andare oltre per impedire alla forma di diventare una prigione fredda.
Abbiamo preso Roma e l’abbiamo legata ad Amor, forza e grazia, pietra e armonia due concetti speculari che si completano a vicenda dimostrando, con un pizzico di ironia, che la bellezza non esclude le rughe del tempo né le ferite della storia
Il bello è sapiente e talvolta deliziosamente imprevedibile scommessa.

Francesca Valleri


