MANIFESTO DELL’ESAUSTO

Avete presente i quadri di Kandisky?

Quel cerchio circondato di giallo che lotta per non farsi inghiottire dal buio?

Ecco, quella non è arte astratta, quello è il riassunto cromatico, di tutti noi, la mattina mentre cerchiamo di raggiungere la macchinetta del caffè, prima che la depressione cosmica abbia il sopravvento; De Chirico la chiamava “la stanchezza dell’infinito”, Battiato ci ha scritto “un oceano di silenzio”.

Poi arriva Pessoa e, con la delicatezza di un fabbro, ci ricorda che esiste una stanchezza dell’intelligenza astratta: non è il corpo a essere pesante, piuttosto l’anima che non respira più sotto la pressione della consapevolezza del mondo.

Tradotto: quando iniziamo a chiederci il senso profondo del cosmo mentre siamo in coda alle poste, siamo fritti.

Ma se ribaltassimo la prospettiva?

Se la stanchezza non fosse il problema piuttosto la cura?

Essere esausti è uno scudo protettivo formidabile: se siamo troppo affaticati non abbiamo il tempo di soffrire perché il nostro cervello è in “modalità risparmio energetico”.

E’ un’esistenza un po’ anestetizzata ma possiede i suoi vantaggi logistici; la stanchezza regala quello che Albert Camus chiamava ” uno scatto mentale colorato di stupore” perché quando tocchiamo il fondo del barile delle nostre energie accade una magia, ovvero evaporano le aspettative sociali.

E’ in quel preciso istante che la stanchezza si trasforma nella migliore amica della nostra libertà.

Pensiamo che la libertà sia frutto di forza di volontà e disciplina…fesserie, ce la regala solo l’esaurimento nervoso, solo quando siamo completamente svuotati e stremati, troviamo il coraggio divino di entrare in quella nostra stanza senza pareti e pronunciare la parola più rivoluzionaria dell’umanità.

Ci riscopriamo tutti fratelli di Bartleby lo scrivano, il mitico personaggio di Melville, che a ogni singola richiesta del capo opponeva una barriera invalicabile di cortesia passivo-aggressiva: “avrei preferenza di no”.

Del resto la storia è colma di saggi che hanno compreso il potere del disimpegno: pensiamo a Diogene di Sinope, che abitava dentro una botte per non pagare l’affitto né lucidare l’argenteria e all’offerta di Alessandro Magno in persona, che fu liquidita alla medesima velocità con la quale noi liquidiamo i call center.

Quella stessa pigrizia ancestrale è giunta distillata e purificata dal Socrate dei cartoni animati, Homer Simpson: “se qualcosa è difficile da fare, allora non vale la pena farla”.

C’è una dignità immensa nel collasso delle energie.

“Vieni alla festa del cugino di secondo grado del mio collega?”.

“No, grazie”

Francesca Valleri