IL MERCATO DELLA BONTA’

C’erano una volta i moralisti veri, di certo insopportabili, predicavano, correggevano, giudicavano ma almeno rischiavano qualcosa.
Un Erasmo (da Rotterdam) poteva inimicarsi papi e sovrani pur di difendere la tolleranza, un Rousseau arrivava a distruggersi la vita nel tentativo ossessivo di restare coerente con la propria idea di autenticità, un Tolstoj, miliardario dell’Ottocento, finiva per vestirsi da contadino e rinnegare il lusso che lo aveva nutrito; erano uomini colmi di contraddizioni, sovente vanitosi, talvolta perfino ridicoli ma le loro idee costavano sangue, reputazione e solitudine.
Oggi il buonismo non conta niente ed è questo il punto.
Non viviamo nell’epoca della bontà piuttosto in quella della rappresentazione e la differenza è abissale.
La bontà autentica implica la rinuncia a qualcosa, la contemporaneità richiede una posa, un lessico e un hashtag ben calibrato, una morale senza sacrificio, una compassione orfana del contatto umano, un’etica che non tollera né il silenzio né la complessità.
Il buonista moderno non ama il prossimo, ama l’immagine di sé mentre ama il prossimo.
Almeno Rousseau aveva il coraggio della paranoia, diffidava della società, consapevole che il consenso sociale trasformava l’uomo in attore e aveva compreso, con circa due secoli di anticipo, ciò che i social network avrebbero perfezionato: l’essere umano recita per ottenere approvazione.
Ma mentre lui pativa di questa recita noi l’abbiamo invece trasformata in professione.
Oggi non si dice più “sono buono”, sarebbe volgare, si costruisce invece un’identità pubblica fatta di indignazioni prefabbricate, di empatie automatiche e di cause intercambiabili così che il dolore altrui è diventato arredamento morale.
Una tragedia esplode dall’altra parte del mondo e immediatamente milioni di persone sentono il bisogno di comunicare la propria sensibilità; non aiutare ma comunicare.
La distinzione è cruciale.
Il buonismo moderno è una gigantesca campagna pubblicitaria dell’io.

Il povero, il discriminato, il migrante diventano spesso strumenti simbolici per dimostrare la superiorità etica da parte di chi li “difende”; non individui reali ma figurine morali da esibire (in pubblico).
Tolstoj avrebbe odiato tutto ciò; per lui la carità sfiorava l’oscenità se diveniva spettacolo, aveva compreso che il vero altruismo era silenzioso, concreto, talvolta umiliante e non produceva applausi.
Il bene autentico accade spesso in stanze dove nessuno guarda ma questi gesti non generano traffico, non costruiscono identità digitali non danno accesso a una tribù morale.
Mai come oggi si parla di inclusione, mai come oggi gli individui sembrano terrorizzati dall’errore umano.
Erasmo che difendeva il dubbio e l’ironia probabilmente oggi sarebbe stato cancellato in quarantotto ore.
Il nuovo moralismo non tollera il pensiero ambiguo ma divide il mondo in puri e impuri, oppressi e oppressori, virtuosi e mostri; se contesti la retorica dell’empatia obbligatoria sei crudele; non importa essere giusti ma sembrare giusti nel momento corretto e con un linguaggio corretto.
Il risultato è devastante: una società che grida continuamente all’umanità ma tollera sempre meno gli essere umani reali perché gli “umani veri” sono faticosi, incoerenti, contradditori, hanno idee confuse e pure emozioni sgradevoli e il buonismo contemporaneo ama l’umanità astratta e detesta gli individui concreti.
Tolstoj lo aveva compreso nei suoi romanzi: l’uomo non è mai puro e dentro ogni individuo convivono generosità e bassezza ma il moralismo digitale non accetta questa verità tragica, pretende santi istantanei e colpevoli assoluti.
Erasmo rideva dei fanatici, Rousseau diffidava delle società troppo eleganti, Tolstoj disprezzava il lusso morale delle classi colte…ma è molto più facile cambiare l’immagine di profilo.

Francesca Valleri


