UN FIORE E UNA DIREZIONE

C’è un fiore che ha chiaramente un problema di egocentrismo, altro che timide violette o aristocratiche orchidee che muoiono se le guardi storto; il girasole, alto, sfacciato, con una faccia gigante che sembra intimare al mondo “Guardatemi che sto avendo un pensiero profondo”…sì certo, come no.

Pensa solo al sole, lo corteggia, lo pedina con fedeltà rasentando quasi l’ossessione…se fosse umano lo chiameremo soggetto affetto da dipendenza affettiva ma essendo fiore lo promuoviamo a simbolo filosofico.

Di certo è un tipo monotono, ogni giorno gira la testa dalla stessa parte, con la calma di colui che, scientemente, sa che la luce non è un’opinione; si limita a orientarsi ed è già, fin qui, una lezione morale non da poco.

Se fosse una pellicola sarebbe cinema allo stato puro, scevro da effetti speciali, orfano di montaggi frenetici, sarebbe l’attore non protagonista in grado di vincere il premio morale, nei film di guerra la promessa di un ritorno, in quelli romantici l’attesa silenziosa, in quelli esistenziali una risposta muta a domande troppo grandi; ne ” I girasoli ” di De Sica diventa memoria, trauma, assenza, un vero e proprio archivio emotivo e il campo dei girasoli non è più qualcosa di bello piuttosto qualcosa di necessario.

Nella narrativa è l’eroe pigro che professa attesa, fedeltà e costanza, non combatte draghi, non salva galassie, fa una cosa sola ma la fa eccellentemente bene: segue la luce, quella che non è più atmosfera ma interiorità nelle canzoni di Battisti, o quella forte dei Beatles che potrebbe essere cantata da un campo intero ( “Here Comes The Sun”).

Si trasforma in dialogo nella musica pop, unica salvezza in quella rock, l’intera armonia sembra girare attorno a un centro invisibile ( o di gravità )in quella classica; dato di fatto è che non frequenta mai la malinconia.

Filosoficamente parlando avrebbe dato materiale a Heidegger che avrebbe speso fiumi di inchiostro per affermare ciò che il girasole mostra con disarmante semplicità: esistere è orientarsi, possibilmente verso qualcosa che scalda illumina e permette di evolvere.

Lui non disconosce l’ombra, semplicemente non la elegge a domicilio, una filosofia quasi zen con più clorofilla e mentre ci chiediamo chi siamo, lui sa già…guarda il sole.

Van Gogh ( perché ignorarlo sarebbe stato maleducato ), l’ha confessati; in quei fiori c’è la febbre del colore, l’urgenza del gesto, l’idea che la Bellezza non debba essere necessariamente gentile, non sono decorativi piuttosto essenziali, visi umani travestiti da pianta, con rughe di petali e semi che assomigliano a pensieri spettinati.

Una sorta di donna alta, solitaria, in piedi quelli di Klimt, elementi paesaggistici per Monet.

Il bello del girasole è che non finge di essere elegante come la rosa o misterioso come il tulipano, è solare, ingenuo e genuino, è vero fino all’imbarazzo e nella vita reale ci mette in difficoltà perché è semplice, troppo semplice; ci dice “guardate ciò che fa crescere” e noi, esseri complicatissimi rispondiamo con mille eccezioni.

Non promette felicità, successo o illuminazione, promette orientamento ( che a ben vedere è già moltissimo ).

E così resta lì, con quella faccia grande che sembra disegnata da un bambino, a ricordarci che la luce non va capita.

Va seguita.

Francesca Valleri