IL SILENZIO IN PIEDI

I cipressi hanno un problema che li perseguita da secoli: stanno lì, immobili, seri, verticali e per questo vengono scambiati automaticamente per persone che hanno preso troppo sul serio la vita.
E’ un equivoco botanico di lunga data.
Se un pino si stende, un ulivo si contorce come un filosofo in pensione, il cipresso no, lui si mette in riga sempre.
Prendiamo il celebre viale dei cipressi che conduce verso Bolgheri, quel tratto di strada che sembra essere stato progettato da qualcuno che odiava le curve e amava la solennità, lì i cipressi non crescono, sfilano uno dopo l’altro, come una progressione vegetale e chi ci passa sente immediatamente di dover rallentare anche se non c’è nessun motivo razionale; il cipresso impone il limite di velocità emotiva.
Poi arriva van Gogh che come sempre prende una cosa abbastanza composta e la tratta come se avesse appena litigato con l’universo; nei suoi alberi non c’è più niente di disciplinato, sono cipressi in uno stato di agitazione cosmico come se avessero ricevuto una cattiva notizia dal cielo e stessero cercando di salire a protestare.
La questione si fa seria e pure ironica se si pensa al binomio cipresso- cimitero, è stato scelto (universalmente) come guardiano del sonno eterno, con una naturalezza quasi sospetta , come se qualcuno un giorno avesse detto “serve un albero che dica silenzio senza aprire bocca” e tutti “il cipresso”.
E da allora eccolo lì, a fare da receptionist dell’aldilà, con la sua forma appuntita che sembra sussurrare” non insistete, non si entra senza prenotazione”.
Il cipresso tende verso l’alto ed è fuori discussione ma se provassimo a leggerlo al contrario si potrebbe pensare che non è tanto il salire quanto il sottrarre, non un gesto verso il cielo ma un modo per occupare meno spazio in orizzontale, la forma che rifiuta di spiegarsi e resta in piedi senza negoziare significati particolari, un po’ come Battiato che toglie peso, nel senso di sottrarre rumore interpretativo.

Ecco che il cipresso non comunica malinconia piuttosto la disinnesca, come Battiato che non comunica spiritualità ma la depura dal bisogno di essere dimostrata.
In entrambi casi l’aspetto che manca (deliberatamente) è medesimo: la spiegazione e ascoltando alcuni testi del cantautore succede qualcosa di simile a ciò che accade davanti a un filare di cipressi dove non viene chiesto di capire “cosa vuol dire” ma di reggere il fatto che non tutto (se Dio Vuole) deve diventare traducibile.
Entrambi sono stati fraintesi, vengono letti come alti quando in realtà sono ridotti al necessario e talvolta, il necessario per noi è inquietante, però c’è una differenza comunque interessante: il cipresso non ha intenzione estetica, Battiato sì, ma la usa per sabotarla.
Alla fine, dopo averli caricati di simboli, letture, citazioni implicite e persino parentele con Battiato, resta il fatto che rimangono lì, sostanzialmente indifferenti al fatto di essere diventati un argomento, che già di per sé è una conclusione piuttosto significativa.
E allora accade qualcosa di comico, a tratti esilarante, ovvero mentre noi ci avviciniamo a loro con tutta la nostra attrezzata cultura, loro rispondono con una linea retta, non ostile, né accogliente, solo definitiva come se dicessero ” potete continuare a parlarne, noi nel dubbio restiamo così”.




