DITTATURA DEL DING

All’inizio fu il silenzio.
Non quello imbarazzante delle cene con i parenti ma un silenzio vero, largo, respirabile, con spazio sufficiente per finire un pensiero senza essere interrotti da un frigorifero emotivamente instabile.
Poi arrivò la prima notifica, un “ding” educato, quasi in punta di piedi, come un maggiordomo che bussa per chiedere se gradisci essere distratto e nessuno capì che era il cavallo di Troia; dentro non c’erano guerrieri ma aggiornamenti.
Oggi un bombardamento ma senza l’onestà delle sirene, una guerra priva di una dichiarazione ufficiale, una guerriglia di vibrazioni tattiche, badge rossi strategici e suonerie che sembrano “neutre” mentre ti scavano nel cervello come un jingle pubblicitario.
Noi siamo sia il campo di battaglia, il bottino e dettaglio imbarazzante anche il pubblico pagante.
Lo smartphone un concierge ansioso con problemi (evidenti) di confini personali che vibra per tutto: messaggi, mail, promozioni, promemoria, app che non apri dal 2019 ma che ti pensano spesso.
Hai fatto tre passi?…notifica motivazionale.
Hai dormito bene?…applausi
Le app competono fra loro come bambini in una recita scolastica ma con badget illimitati e un corso intensivo di psicologia comportamentale, “Guardami”, “No guarda me!”, “Sconto”, “qualcuno ha interagito con te quando ancora credevi nel futuro”, ognuna convinta di essere imprescindibile e tu nel mezzo, a fare da giuria popolare, senza aver neppur accettato l’incarico.
Il badge rosso è un capolavoro di design manipolativo, un puntino minimalista con la profondità emotiva di un rimprovero materno; cresce in silenzio e non importa cosa contenga, newsletter, aggiornamenti inutili…quel numerino non informa, giudica ed è quel piccolo processo penale quotidiano, con verdetto già scritto.
La promessa è sempre la stessa: risparmiare tempo “ti avvisiamo noi” e infatti ti avvisano!
Sempre, tutti, contemporaneamente.
Nel frattempo ci attrezziamo: modalità silenziosa, non disturbare, filtri, liste, dei veri strateghi della quiete, generali di una guerra difensiva ma il fronte si sposta con aggiornamenti che rimescolano le carte, nuove categorie di notifiche “critiche” (critiche per chi?), avvisi che ti informano che qualcuno ha iniziato a seguire qualcun altro che tu potresti conoscere o che potrebbe essere un tizio particolarmente socievole.
Potremmo continuare una lista fino alla vibrazione fantasma, quel fenomeno raffinato per cui il telefono non vibra ma tu sì, un fremito nella tasca, un riflesso pavloviano ma di fatto abbiamo una sola certezza: le notifiche hanno ridefinito l’urgenza.

Tutto è urgente, dunque nulla lo è.
Ricevi un messaggio e rispondi subito, non perché serva, ma perché il sistema ti ha convinto che il ritardo è colpa, non scelta.
E poi accade l’eresia, il silenzio, spengi tutto, nessun puntino rosso, nessuna vibrazione che all’inizio sembra decisamente sospetto, come una stanza senza eco, poi accade qualcosa di quasi illegale ovvero che un pensiero si completa, una frase finisce, un’idea non si interrompe da uno sconto che non volevi prima e non vuoi dopo.
Ma il sistema non dimentica, riaccendi…”ti sei perso 47 notifiche, bentornato”, con un affetto algoritmico che sfiora il rancore ” dove eri?”.
Probabilmente il problema non sono le notifiche ma l’idea normalizzata di essere sempre disponibili, aggiornati, reperibili, come se la vita fosse una chat di gruppo da cui uscire è socialmente sconveniente.
La soluzione?
Non sarà un’altra notifica che ci spiega come gestire le notifiche, anche se qualcuno sta progettando quella perfetta, con suono rassicurante e grafica empatica ma probabilmente è qualcosa di più rozzo e per questo più rivoluzionario: scegliere il silenzio, non come fuga piuttosto come gesto di sovranità.
E nel dubbio, il telefono vibra di nuovo.
Probabilmente per dirti che è importante.



