CIO’ CHE RESTA A GALLA

Non è mai stato solo un gioiello e non è mai stata solo una storia d’amore.
Il Titanic, questa gigantesca metafora galleggiante travestita da nave, continua a parlare perché mette in scena, con una certa ironia crudele, l’eterno imbarazzo tra scegliere ciò che luccica e ciò che vive.
Due verbi che raramente vengono messi in competizione eppure passano la vita a farlo; il primo è immediato, rassicurante, quasi arrogante nella sua evidenza, il secondo incerto, mutevole, spesso scomposto ma è un rischio della profondità e con una certa regolarità, quasi imbarazzante, scegliamo talvolta il primo mentre giuriamo di desiderare il secondo.
Il famoso “Cuore dell’Oceano” favilla come tutte le cose che promettono sicurezza senza mantenerla davvero; è pesante, freddo, perfetto, esattamente come certe vite ben riuscite sulla carta, attorno a lui si muove un mondo elegante, ordinato, rigidamente apparecchiato, posate al posto giusto, sorrisi al posto giusto, persone al posto giusto o almeno in quello che è stato loro assegnato.
Metafora perfetta che sfiora quasi il melodramma e non perché sia particolarmente diverso da altri gioielli ma perché è stato caricato di un compito impossibile: incarnare un amore che per sua natura non poteva essere trattenuto.
E poi, inevitabilmente, arriva l’imprevisto, che nella vita, a differenza delle navi, non ha neppure bisogno di un iceberg per palesarsi.
Ecco il punto: il luccichio non chiede coraggio, la vita sì.
Un oggetto che brilla non si contraddice, non delude, non cambia idea, è coerente fino alla noia, se oggi riflette la luce lo farà anche domani, tra cento anni e forse anche fra mille, è la perfezione dell’inerzia.
La vita invece è un cattivo affare, incoerente, imprevedibile, talvolta sproporzionata, promette poco, pretende molto, non possiede un valore di mercato facilmente quantificabile e soprattutto non luccica sempre.
L’amore tra Rose Dewitt Bukater e Jack Dawson è tutto ciò che il gioiello non può essere: disordinato, scomodo, privo di garanzie, non offre rendite, non si eredita, non si espone in società, non è neppure particolarmente prudente a ben vedere ma possiede un difetto imperdonabile, è vivo.
Il Titanic era stato progettato per essere inaffondabile, un aggettivo che l’umanità ama attribuire con generosità sospetta alle proprie creazioni, convinzioni e persino abitudini.

Inaffondabili sono i sistemi, le certezze, le versioni di noi stessi che ci raccontiamo per dormire tranquilli, poi un errore di calcolo, un eccesso di fiducia, una realtà che non collabora e tutto scricchiola con una lentezza quasi elegante.
E qui si misura il peso reale: non il diamante che ha attraversato l’oceano con una certa ostinazione ma quello di una scelta; Rose non conserva il gioiello come si farebbe con una reliquia o un’assicurazione sulla memoria, lo lascia andare.
Un gesto che ha, a ben guardare, qualcosa di scandaloso: rinunciare a ciò che ha valore per conservare ciò che ha senso.
Oggi quel gesto apparirebbe del tutto irresponsabile nell’epoca in cui la parola d’ordine è trattenere; l’idea di perdere volontariamente qualcosa di prezioso suona come un errore di sistema.
Siamo (diventati) collezionisti di versioni, versioni di noi stessi, delle nostre vite, delle nostre felicità.
Continuiamo a salire su i nostri Titanic, più digitali, più veloci, più luminosi, convinti che questa volta sia la rotta perfetta, nel frattempo accumuliamo gioielli contemporanei, profili impeccabili, successi misurabili, vite ottimizzate, tutto molto brillante, tutto molto esposto, tutto discretamente fragile.
E intanto l’amore, nelle sue forme più imperfette e meno presentabili, continua a comportarsi come Jack: arriva senza invito, scompiglia i piani, non promette niente che possa essere garantito, non possiede una posizione definita, non appartiene a nessuna prima classe e sovente trova posto sulle scialuppe.
Paradossalmente mantiene tutto.
Alla fine la domanda resta semplice e pure banale: cosa teniamo quando il Titanic affonda?
La risposta ( come sempre ) pesa meno di quanto immaginiamo e vale infinitamente di più.



