MESSERE APRILE LADRO GENTILE

Questo è esattamente quel momento dell’anno in cui anche il più cinico fra di noi deve arrendersi.

Non è una resa fragorosa, non ci sono bandiere bianche, né trattati firmati sul tavolo della cucina, è qualcosa di più subdolo, un cedimento progressivo, quasi fisiologico che accade quando si passa (un tempo alla Cascine) accanto al glicine e ci si accorge che “messere Aprile” ha ricominciato a fare il “rubacuori”.

Lo fa senza chiedere il permesso, si infila nei paltò lasciati aperti “tanto fa caldo”, nelle conversazioni che improvvisamente si allungano perché nessuno ha davvero voglia di tornare dentro.

E’ un seduttore di altri tempi, di quelli che non hanno necessità di ostentare, gli basta un colpo di luce giusto, una brezza calibrata, un glicine che si arrampica con troppa sicurezza; perfino i cani, custodi inflessibili dell’inverno, abbassano la guardia, osservano, annusano e sembrano concedere ad Aprile una tregua vigilata.

Il punto è che la primavera non arriva mai davvero “nuova” perché se fosse solo una questione di fiori, sarebbe semplice: si ammirano, si fotografano, si dimenticano ma Aprile (vecchio manipolatore ) lavora sulla memoria, restituendoti odori che credevi perduti, sensazioni archiviate senza etichetta, frammenti di vita che non hai mai vissuto ma che in quel momento sembrano appartenerti.

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E così, ti sorprendi a pensare che forse da qualche parte avresti potuto essere diverso, più lento, più concreto, meno affannato; è un’illusione ma Aprile lo sa.

E’ qui che il rubacuori diventa filosofo.

La primavera non è gentile, non lo è mai stata.

Dietro la sua estetica rassicurante nasconde una forma sottile di inquietudine, è la stagione delle possibilità e le possibilità, si sa, sono responsabilità travestite; l’inverno ti giustifica, fa freddo, si rimanda, si aspetta ma la primavera pretende.

Ti guarda e sembra che dica: ” Adesso cosa fai?”.

E tu lì, con una margherita fra le dita, come se fosse un oggetto carico di senso, ti rendi conto che non hai una risposta convincente.

Messere Aprile sorride, non con crudeltà ma con una buona dose di ironia quella di colui che ha già visto e previsto tutto e sa che fra qualche settimana inizierai a lamentarti del caldo, rimpiangerai la giacca e cercherai un angolo di ombra.

Alle cascine intanto la vita continua senza editoriale, le piante crescono, gli animali non si interrogano sulla coerenza delle loro scelte mentre noi umani abbiamo trasformato questa stagione in un problema esistenziale e qui risiede il paradosso più elegante: la stagione più semplice diventa la più complicata, perché ci obbliga a sentire.

Sentire davvero, non per finta, non con la distanza ironica che ci salva all’ultimo momento; Aprile ci spoglia di quella difesa, con una naturalezza quasi offensiva e ti ritrovi a guardare un tramonto alle cascine e per un attimo non hai niente da dire, nessuna battuta pronta, nessun filtro.

Allora torniamo a parlare, a riempire, a spiegare, diciamo che è bello , poetico, che “ci voleva proprio” ma sotto sotto sappiamo che Aprile ha già abbondantemente fatto il suo lavoro, ha rubato qualcosa, un pezzo di distrazione, un frammento di indifferenza, una piccola corazza che credevamo permanente.

Il rubacuori non restituisce, eppure ogni anno lo aspettiamo, passa, lascia tracce e se ne va.

E noi restiamo lì, un po’ vulnerabili, più vivi e decisamente meno convinti di sapere come funziona tutto.

Francesca Valleri