LA PASSWORD DELLA NATURA

C’è un momento, quando si preme delicatamente il polpastrello su un vetro o sul telefono, in cui si ha l’impressione di firmare un contratto invisibile con il mondo, un patto antico e la natura lo certifica con un arabesco di linee inimitabili, spirali, cerchi, vortici che non si ripetono mai due volte, non esistono né copie, né cloni, ognuno nasce con il suo piccolo personale quadro astratto inciso sulla pelle: le impronte digitali.

Nietzsche avrebbe sorriso, lui che diffidava dai sistemi universali, dalle morali valide per tutti, avrebbe trovato nei polpastrelli la conferma dell’unicità, un’impronta piccola, impercettibile e ostinata, un bignami del ” divieni ciò che sei”.

C’è qualcosa di romantico nel pensare che nessuno, prima o dopo di noi, avrà mai quel disegno, come se fossimo stati firmati dalla natura, ognuno con una calligrafia diversa.

Non c’è gesto umano che non passi da lì, tenere per mano, sfiorare, accarezzare, suonare un pianoforte, stringere un bicchiere e si lasciano piccoli autografi sparsi un po’ ovunque.

Una password primordiale la prima verifica a due fattori, polpastrello e presenza fisica, non serve ricordarla e non ha scadenza, è li da quando eravamo piccoli, mentre giocavamo con il pongo e rimarrà lì, fino all’ultimo saluto, come un sigillo di cera della nostra identità.

Sherlock Holmes fra lenti di ingrandimento e polvere nere scoprendo nell’impronta quasi una confessione involontaria, in ” Blade Runner” le identità erano scandagliate in ogni dettaglio e un polpastrello più veritiero di mille test, nei thriller e nei gialli l’impronta corrisponde all’indizio supremo, la firma che smaschera la maschera.

La pittura è piena di tracce, non solo quelle metaforiche ma pure reali; perfino Leonardo sfumava il colore con i polpastrelli come se nel creare volesse lasciare una traccia fisica, così che verrebbe da pensare che gran parte dell’arte contemporanea racchiuda vere e proprie opere d’arte realizzate con le impronte come se volessero ricordare che il gesto primordiale dell’uomo non risiede nella parola bensì nel tocco.

E diciamolo pure fuori dai denti, c’è un lato buffo che neppure tutta la poesia e il suo romanticismo sono in grado di sostenere; le impronte digitali finiscono sempre male, intrappolate in scanner degli aeroporto e nei faldoni del commissariato e c’è pure un risvolto ancora più tragico e amaro che è quello in cui ci rendiamo conto che la nostra unicità la usiamo per “accettare termini e condizioni”, entrare in un conto in banca.

La nostra personale poesia di Rimabaud per scrivere la lista della spesa.

Se la musica avesse impronti digitali, sarebbero le note di Bach, ricorsive, perfette, identiche eppure irripetibili a ogni esecuzione ed è curioso pensare che, un romanzo che è lo stesso per tutti, diventi diverso nella mente di ciascuno di noi, mentre l’impronta è un codice oggettivo e immodificabile.

I filosofi greci non conoscevano le impronte ma Platone avrebbe adorato l’idea: una forma perfetta e unica che rappresenta l’essenza individuale mentre Kant certamente avrebbe sorriso al pensiero di una massima morale incisa sulla pelle.

Sono un puro capolavoro di ingegneria biologica, prendono vita nel grembo materno risultando già firmati prima di venire al mondo e l’aspetto sorprendente è il fatto che tutto si origina da un processo “caotico”; non esiste un “codice” piuttosto una serie di casualità, di variabili che si uniscono, come quando Pollock sgocciolava linee di colore.

Qui forse si annida il dettaglio che ci fa pure sorridere: cresciamo, invecchiamo, ci trasformiamo ma loro rimangono immutate nel tempo, la pelle si rigenera ma il disegno rimane impresso sotto come la matrice di un timbro.

E allora il paradosso sta tutto qui: ciò che ci identifica è immobile, mentre la nostra esistenza è in movimento.

E risuona Sartre, per cui non siamo definiti una volta per tutte ma siamo ciò che decidiamo di diventare; le impronte ci riconoscono ma non ci determinano.

Uniche e irriducibili, piccoli quadri che portiamo in tasca, un ricamo biologico che ci accompagna per sempre.

Francesca Valleri