TRA FEDE E CALCOLO

Il tribunale è riunito.
L’imputato è l’Essere Umano.
L’accusa (è semplice): aver chiesto ai numeri cose che i numeri non avevano alcune intenzione di dire.
Prende la parola il tre: ” Io contavo le pecore, mi avete trasformato in perfezione”.
Il sette sbuffa: ” io volevo essere solo un numero dopo il sei, adesso porto fortuna, regolo i giorni della settimana e devo rispondere di ogni coincidenza fortunata”.
Il tredici alza la mano: “posso, almeno, sapere perché ce l’avete con me?”.
Silenzio.
La superstizione, come sempre, non presenta prove….”scusate, era una battuta”.
Fine dell’udienza!
Eppure è difficile dare torto all’umanità.
I numeri hanno qualcosa di profondamente ambiguo, l’invenzione più concreta che abbiamo e allo stesso tempo la più astratta: li adoperiamo per misurare il tempo, il denaro, la temperatura, la distanza tra due stelle o quella, più infinitamente complicata, fra due persone.
Pitagora ci vedeva l’armonia del cosmo, Dante ci costruì la Divina Commedia come una cattedrale numerica dove il tre e il nove sembrano sostenere le impalcature dell’eternità, la Cabala cercò il linguaggio nascosto della creazione, Galileo osservò che la natura parlava matematico, Douglas (forse il più saggio di tutti) suggerì che forse il problema non fosse la risposta piuttosto la domanda.
I numeri non raccontano il mondo, noi incapaci di sostenere il silenzio chiediamo a loro di farlo.

Li trasformiamo in pin, codici fiscali, simboli, talismani, date di compleanno, combinazioni fortunate da giocare al Lotto e pretendiamo che un tre ci protegga, che un sette ci accompagni, che un tredici ci spaventi e che un quarantadue, prima o poi, ci spieghi tutto.
Nel frattempo i numeri continuano a fare ciò che hanno sempre fatto: esistono.
Noi abbiamo necessità che parlino perché ogni civiltà ha cercato un ordine nel caos, c’è chi ha guardato le stelle, chi gli oracoli, chi le carte, chi le viscere degli animali.
Forse non sono la lingua dell’universo o forse sono la lingua con cui l’uomo cerca di convincersi che l’universo abbia qualcosa da dirgli e se davvero esistesse un messaggio nascosto, probabilmente, i numeri lo custodiscono con l’impassibilità di sempre: senza ammiccare, senza fare miracoli.
E, in fondo, questo è il paradosso più affascinante: i numeri sono perfetti proprio perché non credono in niente, noi irrimediabilmente umani, li trasformiamo in oggetti di fede…anche quando fingiamo di chiamarla matematica.

Francesca Valleri


