ELOGIO DELLA CROSTA

Non conquista territori ma li rende abitabili, non fonda dinastie ma le nutre, un eroe silenzioso (croccante) della civiltà e se l’umanità avesse un profumo ufficiale, non sarebbe l’incenso ma quello del pane appena sfornato, un’aroma che mette d’accordo teologi e materialisti, dietologi pentiti e poeti irruducibili.

E’ un odore che promette casa anche a chi non ne ha una.

Entra in cucina all’alba, quando la luce taglia di netto il tavolo come una lama gentile, fenditure simili a certi tagli di Fontana con la differenza che qui lo squarcio non interroga l’infinito ma la lievitazione; eppure l’analogia è irresistibile con la superficie che si apre per rivelare profondità.

La pittura lo ha compreso da secoli.

Nelle nature morte di Caravaggio lo sfilatino è una presenza quasi carnale e sensuale, mai dettaglio e sta lì, di fianco alla frutta e al vino, a ricordarci che la luce non accarezza solo i Santi ma anche la crosta, con Van Gogh si affianca alla patate vibrando sulla medesima cromatura e la pagnotta, sotto i colpi delle sue pennellate si trasforma in un qualcosa di urgente e necessario.

Nei ” Promessi Sposi” il tumulto del pane a Milano, oltre a essere un episodio storico si trasforma in termometro sociale, quando manca lo sfilatino la società perde la sua crosta civile e mostra la mollica cruda del disordine, in Neruda diventa un organismo collettivo fatto di campi, mani, sudore, non appartiene a un uomo ma a tutti e persino nella distopia rarefatta di “1984” (G. Orwell) il pane nero, razionato e triste diventa il metro della privazione e quando il potere controlla il pane controlla il corpo e quando controlla il corpo si avvicina pericolosamente all’anima.

Il cinema vivendo di luci e ombre come il forno, non poteva restare indifferente, così ogni morso diventa conquista in “Ladri di biciclette”, nostalgia impastata in “Pane e cioccolata”, discreto a fare da contrappunto alla fantasia barocca nel cinema contemplativo di Federico Fellini.

Sembra un paradosso ma la pagnotta ha qualcosa in comune con la moda: entrambe nascono da una materia grezza che attraverso tecnica e visione diventa forma e se Coco Chanel ha liberato la donna da corsetti inutili, il pane ha vestito la tavola di sobrietà elegante rendendo incompleta una tovaglia senza la sua presenza.

Persino il fumetto non resiste al fascino dello sfilatino; in Asterix i banchetti finali tronfi di convivialità gallica e la pagnotta, onnipresente, è il vero collante fra pozioni magiche e cinghiali arrosto ed è la prova provata che pure nell’epica la civiltà si misura a tavola.

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Eppure, nonostante tanta gloria simbolica, il pane resta vulnerabile, si indurisce in un giorno, ammuffisce in due, viene accusato quotidianamente di attentare alla linea ma probabilmente questa sua innata fragilità lo rende umano.

Dunque l’uomo come lo sfilatino.

Alcuni nascono integrali e pensano di essere superiori, altri troppo morbidi e troppo facilmente schiacciabili, alcuni si gonfiano di vanità come i panini al latte mentre altri si induriscono sotto il peso delle proprie pretese, però tutti passano prima poi sotto il calore della vita: chi ne esce dorato e fragrante, chi bruciacchiato e amaro e alla fine poco importa quanto ci sia sforzati di essere speciali, qualcuno sempre ci spalma sopra marmellata che non ci piace, burro che cola dove non dovrebbe e briciole di giudizio altrui.

Si spezza con le mani, fa le briciole, sporca la tovaglia, chiede presenza ma forse il pane sul tavolo è il nostro capolavoro più riuscito.

Francesca Valleri