SCOMODI, GRAZIE

Una parola che già nella pronuncia sembra mettere il piede dove non dovrebbe; spinge, graffia, storce e infila pure un granello di sabbia negli occhi e negli ingranaggi delle impeccabili giornate levigate.

Eppure proprio la “scomodità” è la condizione più fertile (e più temuta) della vita pubblica perché dove è presente c’è movimento e dove c’è movimento c’è possibilità e dove c’è possibilità, sovente, c’è qualcuno che preferirebbe che non ci fosse.

Le persone scomode sono patrimonio dell’umanità benché l’umanità stessa tenda da sempre a chiuderle in un cassetto; sono quei personaggi che, come le sedie dure, costringono a raddrizzare la postura.

Ricordano di non soccombere di fronte alla tentazione di accomodarsi in un salotto dove tutti annuiscono con perfetta sincronia (un miracolo sovente più inquietante che rassicurante).

Come non evocare Oriana Fallaci?

Una donna scomoda per definizione, che fece della scomodità non solo un’abitudine ma un marchio di coscienza, non apparteneva a nessuna “parte” in modo docile, non cercava mai di piacere e si sa… quando qualcuno non tenta mai di piacere finisce per irritare tutti.

La Fallaci era scomoda come come un refuso nella prima riga di un romanzo ,” non faceva prigionieri” e mentre intervistava incalzava, interrompeva, provocava e sfidava, costringendo l’interlocutore a un corpo a corpo intellettuale.

In ogni caso non lasciava indifferenti; femminista ma in contrasto con una certa parte di femminismo, intellettuale ma allergica a certi intellettuali compiacenti, progressista ma molto critica verso il multiculturalismo.

La scomodità non è un incidente bensì un progetto, l’esercizio di un pensiero libero con tutte le conseguenze, dalle adorazioni cieche alle demonizzazioni più creative…ma si sa, chi parla chiaro non si limita a far rumore, sposta l’aria.

” Appena ti mettono su un piedistallo, ti hanno già imbalsamato”, quello che capì da subito Bob Dylan, proclamato, negli anni ’60, la voce della generazione, poeta del cambiamento, profeta delle barricate.

E lui cosa fece?

Imbracciò una chitarra elettrica e si mise a suonare rock al Newport Folk Festival (1965).

Fischi, indignazione, tradimento.

Le interviste di Dylan sono celebri per essere un misto di ironia, insofferenza, provocazione e poesia causale, spesso non rispondeva a niente o rispondeva in modo talmente obliquo da rendere impossibile incasellarlo; folk, rock, gospel, country, perfino dischi natalizi…ogni volta che inventava un’identità, la abbandonava.

Le sue canzoni non offrono soluzioni, bensì visioni.

Ironico, con quel sorriso laterale di chi conosce il mondo un po’ meglio di te ma non te lo sbatte in faccia, te lo sussurra in una strofa, uno che parlava per metafora, che cambiava posizione e lasciava sovente una domanda aperta, uno di quelli che, probabilmente negli anni Sessanta, avremmo incontrato a Roma a discutere con poeti e cineasti; elegante senza sforzo, scomodo per abitudine.

La verità è che la società non ha ben chiaro cosa farne delle persone scomode; ha contezza che siano oltremodo necessarie (e come potrebbe essere il contrario?), sono loro ad accendere quelle luci che disvelano la polvere sotto il tappetto che considerano immacolato ma allo stesso tempo sarebbe preferibile che lo facessero in silenzio, magari avvisando prima con una mail di cortesia: ” Gentile mondo, domani procederò a dire la verità. Spero non disturbi”.

Purtroppo per l’universo (e per fortuna per la storia) hanno la pessima abitudine di non chiedere il permesso.

Le persone scomode esistono ed è già “abbastanza” per disturbare chi preferisce il silenzio, sono quelle che ti mettono di fronte allo specchio senza chiederti il permesso e lo specchio, si sa, non ha mai la cortesia di mentire; hanno il talento innato di dire ciò che in molti pensano ma nessuno osa pronunciare, un po’ come i bambini…ma con più grammatica e molta meno diplomazia.

Ce ne è uno più di tutti che fin dalla nascita era già ” fuori posto”, in un’ Italia che nel dopoguerra voleva rassicurare , lui sembrava invece specializzato nel far venire l’orticaria: Pier Paolo Pasolini, poeta scomodo perché scriveva cose che di solito la poesia non diceva, regista altrettanto scomodo nel mostrare ciò che nessuno voleva vedere, intellettuale scomodissimo perché metteva il dito nella piaga e poi, per sicurezza, ci schiacciava anche un po’.

Uno di quei personaggi che anche su una scacchiera finiva per muoversi come il cavallo: di traverso.

Era di sinistra però quella sinistra che irritava la sinistra stessa e ogni tanto qualcuno, incapace di gestire la sua complessità ha provato a dire che fosse vicino alla “destra” ( e questo lo avrebbe fatto ridere amaramente); un ” politico da incubo”, troppo libero per essere usato e troppo lucido per essere ignorato…stava sempre dalla parte sbagliata di chi lo voleva dalla sua parte.

In soldoni lui non era l’uomo che dava ragione, non era la persona giusta, piuttosto colui che avrebbe potuto disturbare la digestione culturale.

Nell’epoca che idolatra il comfort, i divani ergonomici, l’algoritmo che mostra solo ciò che ci mette d’accordo con noi stessi, il “non disturbare” in tutte le sue forme, notifiche silenziose, vibrazioni smorzate, la persona scomoda è un’anomalia acustica.

Ci infastidisce ma ci sveglia.

E forse il punto è proprio questo: la scomodità scuote e sveglia.

Sveglia dalla tentazione di pensare per delega, dalla dolce illusione che il dialogo sia sempre pacifico e moderato, perché quello vero che fa incontrare idee divergenti invece di farle scorrere su due binari paralleli, è sovente scomodo.

E la frizione, si sa, genera calore, a volte perfino scintille.

E allora dovremmo ringraziare gli individui che non si accomodano mai, quelli che rompono i coglioni con metodo e passione, quelli che non temono di risultare antipatici, ingestibili, polemici.

Quelli che, come la Fallaci, Bob Dylan, Pasolini, continuano a parlare anche quando la stanza è vuota perché sono loro a coltivare lo spazio di libertà in cui possiamo ancora scegliere, dissentire, contraddirci, sono loro a impedire che la democrazia diventi un esercizio di buona educazione invece che di coscienza.

E mentre cerchiamo disperatamente il nostro posto comodo nel mondo, loro ci ricordano, con lucidità implacabile, che il comfort non è valore assoluto.

Il pensiero, la dignità, il coraggio sì.

Essere scomodi è una responsabilità ancora prima di un destino.

Francesca Valleri