PENSIERI CON GHIACCIO

Non alzate il sopracciglio per favore, sono proprio io che parlo e vi confesso che ho sempre avuto una certa confidenza con i dialoghi interiori, del resto, è dalla notte dei tempi che frequento salotti, terrazzi e tavolini in ferro battuto, talvolta pure pagine non scritte.
Mi chiamo Gin Tonic ma non ho mai amato le presentazioni troppo pragmatiche e formali, preferendo ingressi soft e possibilmente laterali come quelli dei personaggi di Wilde che confessavano verità dopo averle vestite di ironia o di una battuta.
Non sono nato per caso, né per sete, piuttosto per conversazione tant’è che se mi osservi non faccio niente di clamoroso, non esplodo e non fiammeggio, tantomeno prometto.

Alludo invece, un po’ come Vermeer con una finestra socchiusa o Debussy nell’occasione di una nota al posto giusto; in soldoni la mia arte è l’equilibrio e l’eleganza, si sa, è sempre un gesto trattenuto.
Sono stato accusato di snobismo e la questione, ammetto candidamente non essere di mio gradimento; lo snobismo è timidezza vestita con una buona giacca, io al contrario sono democratico, nella forma più raffinata del termine, mi adatto spesso senza per questo smarrire la mia identità.
Posso sostenere una discussione con Kant o una risata di pancia su una commedia italiana, un po’ come Mastroianni che sapeva essere leggero senza risultare vuoto, elegante senza mantenere le distanze e confesso pure che nella commedia italiana mi sono sempre sentito a casa, quale personaggio secondario che dice molto più di quanto possa sembrare.
Con Monicelli e Risi sono l’ironia che non occorre per procurare una risata ma quella che necessita per sopravvivere; io sono la medesima ironia servita fredda con una scorza di lucidità.
Qualcuno mi ha visto in un film di Hitchcock appoggiato con indifferenza su un tavolino mentre la tensione saliva come una marea.
Nella letteratura nuoto in acque favorevoli, un luogo dove mi rispecchio di più; non nei grandi slanci romantici, troppo sudati, troppo definitivi ma negli autori del dubbio.
Burges, labirintico, preciso e capace nei suoi racconti di sfilare il terreno sotto i piedi; io faccio lo stesso, entro con discrezione e quando te ne accorgi la conversazione è già cambiata.
Calvino mi ha insegnato l’esattezza, quella parola che sembra fredda ma in realtà una vera e propria forma di amore e persino Pirandello mi è molto vicino, con il suo gioco di maschere; io sono uno ma vengo declinato in mille modi, mai definitivo, mai completamente afferrabile.
E adesso lettore, è giunto il momento che tu ti sieda perché la filosofia non ama gli “alzarsi” improvvisi, piuttosto tempi lunghi e frasi che girano intorno a ciò che conta come faccio io quando resto nel bicchiere e non chiedo di essere finito in fretta.
In fondo sono nato da una necessità pratica trasformata in pensiero: curare, equilibrare, rendere sopportabile ciò che allo stato puro sarebbe troppo amaro.
Con Aristotele condivido il senso del “mesòtes” ovvero la “giusta misura”, non sono un estremismo, non credo nell’eccesso, né nella rinuncia totale: la giusta misura non è uguale per tutti e per questo io cambio leggermente ogni volta pur rimanendo fedele a me stesso.
Poi c’è Cartesio così severo, così ossessionato dalla chiarezza; in lui riconosco la mia trasparenza.
Io non maschero i miei elementi, li dichiaro.
In soldoni sono una forma di pensiero liquido, non intontisco, non prometto evasioni: offro presenza.
Sono un oggetto culturale che finge di essere solo un piacere.
Se mi bevi distrattamente, non mi offenderò, l’ho sempre messo in conto ma se mi ascolti davvero scoprirai che sono una scelta di tono.



