Da piccoli l’estate non iniziava, si imponeva, non era necessaria una data sul calendario, nessuno sapeva cosa fosse il solstizio, eppure sapevamo quando sarebbe arrivata; lo sapeva la pelle, la strada e le persiane abbassate a metà nelle ore più calde.

Entrava nelle case con il rumore dei ventilatori e l’odore del cocomero in cucina, entrava nelle giornate e le allungava fino a renderle quasi inconcepibili; a giugno pareva impossibile che potesse arrivare settembre e tra quei mesi estremi si spalancava un continente intero.

Da bambini il tempo aveva una geografia diversa, tre mesi erano veramente tre mesi (oggi scorrono come una pagina girata per distrazione), il futuro era completamente vuoto e quel vuoto era una ricchezza impagabile, il lusso dell’inutilità…(che parola straordinaria).

Pomeriggi interi senza fare niente, eppure, paradossalmente, proprio quei pomeriggi diventavano indimenticabili; una bicicletta lasciata sull’erba, un pallone dimenticato, una discussione infinita su chi dovesse andare a recuperarlo.

Nessuno stava migliorando se stesso, nessuno stava lavorando sulla propria versione migliore: si viveva.

I gelati dell’epoca meriterebbe un trattato a parte; colavano sulle magliette, finivano sulla sabbia, erano di default destinati alla sconfitta ma nessuno pretendeva che rimanessero intatti; oggi ha prevalso l’ossessione della conservazione…conservare il corpo, il tempo e pure le emozioni.

E poi si cresce e l’estate cambia natura senza cambiare stagione; da adulti la si negozia e incastra fra scadenze e ferie autorizzate, il tempo libero non più un diritto ma una conquista fragile sempre esposta alla revoca, il mare una parentesi logistica e il gelato un momento da concedersi con una certa moderazione.

Qui (forse) si cela il più alto ed elegante tradimento che abbiamo subito: non ci è stato tolto il tempo, ci è stato insegnato a giustificarlo.

Così l’estate si è raffinata e organizzata, si è resa raccontabile (il mare non più presenza ma destinazione) e più fragile, smarrendo quella capacità di eccedere senza scopo.

Nonostante tutto qualcosa però resiste.

Resiste in certi pomeriggi immobili, nel rumore delle cicale, in un gesto minimo come quella goccia di gelato che cade, finalmente, senza chiedere il permesso, lasciando una traccia che non si ha voglia di cancellare subito.

In quei momenti l’estate torna a essere quello che era, non un’esperienza da gestire ma una condizione che (ci) attraversa; forse il crescere ci ha derubato della disponibilità totale al presente senza la continua interferenza del giudizio, perché se crescere significa acquisire autonomia, responsabilità, esperienze e competenze significa anche perdere alcune forme di fiducia come quella in una giornata senza programma possa essere una buona giornata, che il tempo non debba sempre produrre, che il piacere non abbia necessità di una giustificazione morale.

Forse è questo il vero motivo per cui l’estate continua a commuoverci, non per il sole, il mare o le vacanze ma perché ogni anno ci mostra la versione di noi che credevamo perduta; una finestra aperta da cui esce il rumore di una televisione lontana.

Lasciare che qualcosa “semplicemente” accada.

Come accadeva allora.