IL GIOCO SERIO

I giocattoli sono oggetti seri, molto più di quanto la loro natura colorata, rumorosa e apparentemente frivola lasci intendere.

Se si dovesse scegliere un archivio capace di raccontare la storia dell’umanità senza scomodare trattati di storia e filosofia, sarebbe sufficiente aprire una vecchia scatola di giocattoli; lì dentro tra una ruota staccata e un pupazzo consunto, si cela la mappa, sorprendentemente precisa, di ciò che siamo stati e con una certa dose di ironia, di ciò che ostinatamente continuiamo a essere.

Il cavallino di legno, prima ancora che diventasse il simbolo di un’infanzia agreste, era anticipazione poetica del desiderio umano di movimento, conquista, avventura e in quel piccolo “attrezzo”, molto tempo dopo, a immaginare astronavi come quelle di “2001: Odissea nello spazio”, dove il giocattolo si trasforma in tecnologia e questa torna, misteriosamente, a essere gioco cosmico.

E poi ci sono le bambole, non semplici simulacri dell’umano ma dispositivi narrativi dove convivono Madame Bovary e Anna Karenina: il desiderio di essere altro, di condurre un’esistenza diversa e il bambino che gioca con il bambolotto non solo sta imitando la realtà ma la sta riscrivendo un po’ come farebbe Proust quando trasforma un ricordo in una cattedrale di parole.

La differenza è che il ragazzino non ha bisogno di sette volumi, gli basta una stanza e un pomeriggio.

Il giocattolo è in questo senso una forma d’arte applicata: Picasso sosteneva di aver impiegato tutta la vita per imparare a disegnare come i bambini: una frase da incidere sulle scatole delle costruzioni!

Quei mattoncini sono la forma più sincera e l’espressione più realistica della tensione artistica: creare, distruggere, ricreare, un ciclo che Nietzsche avrebbe definito “dionisiaco” se solo avesse avuto la pazienza di sedersi su un tappeto a montare un castello!

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Eppure c’è qualcosa di cinematografico nei giocattoli e non è un caso che “Toy Story” abbia avuto un impatto così duraturo.

In quei film non sono solo vivi ma consapevoli e la loro contezza è un po’ anche la nostra: Woody incarna l’angoscia dell’obsolescenza mentre Buzz Lightyear rappresenta l’illusione di grandezza che tutti, almeno una volta, abbiamo scambiato per realtà.

Il giocattolo non è solo infanzia, è memoria; non li abbiamo abbandonati piuttosto trasformati, le automobili diventano Ferrari, i soldatini strategie geopolitiche, le case delle bambole architetture firmate Le Corbusier.

In tutto questo c’è una sottile ironia, l’adulto guarda il bambino giocare e sorride, dimenticando che lui stesso passa le giornate a “giocare” con concetti più costosi e socialmente accettabili: il manager che compila il foglio Excel non è poi così diverso dal ragazzino che organizza eserciti di pupazzi…cambiano le scale , non le dinamiche.

In fondo Sartre con il suo esistenzialismo avrebbe potuto ammettere che la libertà è una forma sofisticata di gioco: scegliere, inventare, rischiare.

E poi c’è la questione del tempo, i giocattoli sono strumenti per addomesticarlo, un pomeriggio può diventare un’epopea e il bambino non lo spreca piuttosto lo espande, mentre l’adulto lo misura, lo rincorre e talvolta lo sperpera.

In conclusione, ammesso che si possa davvero terminare un discorso sui giocattoli senza tradirne lo spirito, si potrebbe affermare che non sono mai stati semplicemente oggetti ma specchi, metafore, compagni e pure maestri.

Ci insegnano a costruire, perdere, ritrovare ma soprattutto ricordano una verità che tendenzialmente dimentichiamo crescendo: la vita, con tutta la sua complessità, resta pur sempre un gioco solo che a un certo punto smettiamo di ridere mentre giochiamo.

Francesca Valleri