BREVI VERITA’ LUNGHE CONTRADDIZIONI

I proverbi sono creature curiose, nascono poveri, diventano nobili e sovente si trasformano in domestici del pensiero (pigro), si presentano come distillati di saggezza popolare ma dietro quest’aria dismessa si cela un’ambizione imperiale: governare le nostre decisioni con una frase secca, apparentemente incontestabile e memorabile.

Come ogni forma di potere che si rispetti vive di contraddizioni, eccezioni e ironie involontarie.

” Chi dorme non piglia pesci ” è un inno alla vigilanza, al lavoro, alla virtù quale fatica cardinale ma non appena lo si accosta al suo gemello antagonista ” La notte porta consiglio “, il sistema si incrina e verrebbe da immaginare Cartesio indeciso fra dubbio metodico o sonno ristoratore, mentre Pascal, che lo osserva scuotendo la testa, annota qualcosa sui suoi “Pensieri”.

Dormire allora diventa un atto quasi filosofico, qualcosa che Nietzsche avrebbe forse rivalutato come pausa necessaria fra due abissi, mentre Schopenhauer lo avrebbe consigliato quale antidoto universale contro il dolore del mondo.

Se osserviamo bene, il proverbio non è mai solo, si trasforma in un dialogo continuo, una sorta di disputa secolare fra massime che si osservano in cagnesco come due vecchi rivali seduti al tavolino di un’osteria.

Non offrono verità definitive ma prospettive in competizione, un po’ come accade nei dialoghi platonici o nelle dispute medioevali fra Tommaso d’Aquino e Guglielmo di Ockham dove ogni affermazione sembra immediatamente seguita da un ” sed contra”.

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In questa ottica, somigliano più alla filosofia che alla morale e se si ascolta fra le pieghe del ” Tanto va la gatta al lardo che ci lascia lo zampino ” si avverte l’eco della tragedia greca, una sorta di destino ineluttabile che punisce l’eccesso.

E’ hybris in versione domestica: non più gli eroi che sfidano gli dei ma le gatte imprudenti che sfidano la dispensa e il meccanismo è sempre il medesimo, ordine infranto, punizione, morale con un coro di massaie a commentare la scena.

La letteratura è forse il luogo dove i proverbi trovano la loro forma più raffinata e al tempo stesso più pericolosa; gli scrittori li usano quali strumenti di verosimiglianza ma al contempo anche come oggetti da manipolare, sabotare, reinventare.

Manzoni li dissemina con misura, come spezie in un piatto ben calibrato, Verga li lascia a cane sciolto facendoli emergere quale voce collettiva, Pirandello li incrina mostrando quanto ogni verità sia relativa e dipenda dalla maschera che viene indossata.

Si potrebbe persino azzardare che i proverbi abbiano una parentela segreta con la scienza, parentela un po’ imbarazzante come quella fra un rigoroso accademico e un cugino che ” sa tutto per sentito dire”; la scienza procede per ipotesi, verifica, revisione, il proverbio per affermazione, ripetizione, ostinazione e tuttavia entrambi cercano regolarità nel caos solo che mentre Newton avrebbe misurato la caduta della mela, il proverbio si sarebbe limitato a commentare ” tutto ciò che sale poi deve scendere ” salvo poi contraddirsi con un altro detto altrettanto convincente.

In fondo il loro fascino sta proprio in questa imperfezione, sono tentativi di afferrare il disordine della vita e di ridurlo a una frase che si possa ricordare, ripetere, tramandare, proprio come farebbe un’artista, un filosofo o un musicista nel proprio linguaggio e forse come suggerirebbe un ironico Socrate, il loro valore sta più nelle domande che suscitano che nelle risposte che pretendono di dare, perché se è vero ” che fra il dire e il fare c’è di mezzo il mare” è altrettanto vero che fra il proverbio e la realtà c’è di mezzo l’infinito.

Francesca Valleri