PETALI E ABLATIVI

E’ una di quelle presenze che non si limitano a esistere: insistono.

Non si accontenta di stare in vaso o in giardino: pretende un altare, una metafora, un verso, una sinfonia.

La rosa non è un fiore, è un’istituzione estetica con le spine, un Ministero della Bellezza con ufficio reclami incorporato e sportello “Attenzione punge”.

Fin dall’antichità ha avuto un talento per l’ubiquità simbolica; nella mitologia latina, Ovidio la fa nascere dal sangue e dal desiderio (Metamorfosi), come se la bellezza dovesse sovente pagare un tributo al dolore, possibilmente con interessi ed è un dettaglio che questo fiore non ha mai scordato, nessuno si presenta con un sistema di difesa incorporato così eloquente.

E poi, inevitabilmente, arriva la scuola, perché la rosa non è solo un simbolo, è un trauma grammaticale condiviso: ” Rosa, rosae, rosae, rosam, rosa, rosa”.

Il primo incontro, il battesimo del fuoco, la palestra delle ginocchia tremanti davanti alla cattedra, la prima prova di fedeltà alla civiltà romana.

Nominativo la rosa troneggia, genitivo “della rosa” perché vuole essere di qualcuno, dativo “alla rosa” quasi un tributo floreale, accusativo “la rosa” colpita dal complemento oggetto e spesso dal destino, vocativo “o rosa!” invocata con disperazione pre-verifica, ablativo ” con-dalla rosa-per la rosa” complemento di compagnia e di causa, come ogni grande protagonista tragica.

La prima declinazione non era grammatica, piuttosto filosofia vegetale e mentre fuori dal liceo fiorivano rose vere, noi declinavamo la loro essenza con rigore militaresco e questo fiore si è trasformato nella nostra prima lezione di caducità perché anche i petali, a un certo punto, fanno numero.

I poeti latini la chiamavano “rosa” con quella sobrietà che il latino sa avere, Catullo la intrecciava nei carmi amorosi, Orazio la invitava ai banchetti come compagna del vino e della caducità: ” Carpe diem” sussurrava e la rosa annuiva, già consapevole che il suo destino era sfiorire con eleganza, possibilmente prima dell’interrogazione.

C’è qualcosa di profondamente latino nella rosa, disciplina nella forma, eccesso nel profumo; una senatrice con il cuore da diva e l’agenda piena di metafore.

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Nel Medioevo cambia abito ma non perde centralità, diventando mistica, allegorica, teologica, quasi sindacalizzata nel regno dei simboli, in “Roman de la Rose” è un fiore-donna che non si concede senza un percorso, un’educazione sentimentale; il primo romanzo di “formazione” botanico, per arrivare alla rosa bisogna attraversare giardini allegorici, mura morali, altro che scorciatoie…la rosa detesta il turismo emotivo e le traduzioni senza dizionario.

Poi arriva Dante e con un gesto di suprema audacia architettonica, trasforma il Paradiso in una rosa, “candida”, l’ordine dei beati, come a dire che l’universo altro non è che una corolla perfetta, con gerarchie celesti disposte come petali in assemblea permanente e che Dio abbia un debole per il giardinaggio metafisico e per le simmetrie floreali.

Con il Rinascimento la rosa torna a sedurre i sensi, con Botticelli i petali piovono dal cielo come se fossero una perturbazione sentimentale stabile, una coreografia pittorica, un effetto speciale ante litteram che non richiede un post-produzione.

E poi Shakespeare in “Romeo and Juliet” scrive: “What’s in a name? That which we call rose/ By any other word would smell as sweet”.

La frase più citata dai fiorai, dagli innamorati in ritardo e dagli studenti che sperano che anche i voti , cambiando nome, possano profumare di più: Giulietta sta facendo semiotica applicata al giardinaggio, Romeo probabilmente annuisce con l’aria di colui che ha saltato a piè pari il capitolo sulle declinazioni.

E arriva poi il Novecento…Federico Garcìa Lorca la tinge di sangue e di luna, Umberto Eco la trasforma in un enigma linguistico e della rosa rimane solo il nome.

Diventa un ritornello che passa con Edith Piaf, quasi a simboleggiare un filtro emotivo, una lente colorata sull’amore, mentre con i Guns N’ Roses, che già nel nome dichiarano un’alleanza tra violenza e delicatezza, diventa un bouquet dai toni rock.

E poi c’è la rosa politica, araldica, rivoluzionaria, quella dei Tudor, la rosa socialista ma in qualsiasi declinazione la si voglia far accomodare rimane una maestra di ironia a tratti po’ ruffiana; si regala per chiedere scusa, per dichiarare amore eterno ( che talvolta dura meno di una coniugazione), per celebrare anniversari…un fiore multitasking.

Eppure sotto la retorica resta un dato quasi commovente: la rosa è un organismo che sboccia, si apre, si offre e poi declina.

Sì, si declina come a scuola: Nominativo nasce, genitivo appartiene a qualcuno, dativo si dona, accusativo viene colta, vocativo viene invocata, ablativo sfiorisce.

Una parabola breve perché se durasse in eterno non sarebbe parabola di nulla; sarebbe arredamento.

Francesca Valleri