SENTIRE SENZA SPIEGARE

La commozione non è pianto.
Questo va detto e sottolineato anche con una certa fermezza, perché il pianto è solo una delle sue possibili conseguenze e sovente pure la più fraintesa.
La commozione è ciò che accade prima e soprattutto ciò che resta dopo, quando cessa di essere emozione e diventa una postura nei confronti del mondo, un venir meno ( improvviso ) della distanza critica che ci illudiamo di mantenere fra noi e le cose.
Se dovessimo cercarle una genealogia culturale, la troveremmo non nei momenti eclatanti di trionfo ma in quelli di sospensione, quando il senso non è ancora compiuto.
Nella tragedia classica, Aristotele parla di “catarsi” ma ciò che commuove non è quella purificazione finale piuttosto il riconoscimento dell’inevitabile: così Edipo non commuove quando si acceca ma quando capisce.
La commozione è il chiarimento tardivo.

In Kafka quasi segreta e clandestina sotto la burocrazia dell’assurdo, il “Processo” non commuove per la plateale ingiustizia ma per la mancanza di un momento nel quale dire “adesso”.
Nelle arti visive coincide (spesso) con la rinuncia dell’uomo alla centralità, se pensiamo alle figure minuscole, di spalle, di fronte a una natura smisurata di Friedrich ne abbiamo conferma; non c’è azione, né dramma, solo quella sproporzione che rende presenza e non protagonisti.
La musica, più di qualsiasi altra forma espressiva, “spiega” che la commozione non è legata a una voce perfetta bensì anche a una voce che corre il rischio di spezzarsi ma entra nel cuore; Leonard Cohen commuove perché canta ai margini, una specie di confessione senza un destinatario certo.
Nel cinema l’immagine porta concretezza e il meccanismo si fa più complesso, eppure le pellicole che commuovono sono quelle che rinunciano di default all’illusione.
“Titanic” per esempio é ricordato come il trionfo del pianto facile, la nave che affonda, l’amore impossibile ma la vera commozione è nei dettagli laterali, quando il film smette di raccontare una storia romantica e inizia a osservare la dignità ordinaria: i musicisti che continuano a suonare, la coppia di anziani che si corica insieme sapendo di non salvarsi, la madre che racconta una favola ai figli mentre l’acqua continua a salire.
In “E.T”, Spielberg tocca uno dei nuclei più puri e genuini della commozione: l’amicizia.
Il momento clou non è l’addio spettacolare ma quando Elliot sente il dolore di E.T. come se fosse il suo ( empatia letterale).
In definitiva forse la commozione è una questione etica; commuoversi significa accettare di non essere impermeabili, significa riconoscere che “qualcosa ” ci riguarda anche nell’eventualità che non ci appartenga e sovente non a caso, è accompagnata quasi da un senso di vergogna e imbarazzo, ci scopre rendendoci visibili a noi stessi in un modo che non controlliamo.
In soldoni non ci rende migliori, né profondi in senso morale: ci rende permeabili.
In quel preciso attimo in cui si concretizza il disallineamento tra ciò che pensiamo di essere e ciò che sentiamo di essere, in quello scarto, oserei dire perfetto, accade qualcosa di raro.
Non capiamo tutto ma ci riconosciamo.



