“COME NELLE FAVOLE”

” Cosa non farei…io non voglio correre e tu!…non riderai…cosa non darei per vivere una favola” ( V. Rossi); correva l’anno 1989, la ricerca di un amore ideale e puro, il desiderio di evasione e leggerezza, un invito esplicito a fuggire dalla realtà e a sognare un mondo diverso…come quello delle favole.
Siamo cresciuti con il mito della favola (e siamo finiti pure in analisi), fra un ” Cappuccetto Rosso” e un ” Pinocchio”, tra una ” Bella e la Bestia” e una ” Cenerentola” o una ” Biancaneve” di turno, fra un cambio pannolini e un biberon, siamo figli delle fiabe e pure i cattivi raccontano la loro personale versione.
” …che c’era posto pure per le favole e un vetro che riluccica” ( M. Martini).
La fiaba è una specie di filosofia spicciola che poi spicciola non lo è, che lascia una traccia, meno brusca di un trattato, fucina di dubbi e se è vero che i filosofi ” non raccontano favole” certo è che ” ricercano il giusto, il vero e il buono”.

Le favole sono pericolose, talvolta ingannevoli e diciamolo…per la nostra generazione, un po’ cogliona, certamente pura e genuina, cresciuta a latte e biscotti e il mito della famiglia della Mulino Bianco erano probabilmente “consone” ma per la generazione di oggi, che non parla ma sa messaggiare alla velocità delle luce, decisamente obsolete.
Pensiamoci bene… una” Cappuccetto Rosso”, vestita come una sfigata, oggi come farebbe ad avere un minimo di credibilità agli occhi dei fanciulli che a tre anni si scelgono gli outfit da soli, o solo come si potrebbe immaginare di chiamare una creatura ” Cappuccetto Rosso”…perché sia chiaro che non è un nomignolo o soprannome ma in verità pure la madre la chiamava così!…fatelo oggi, alla luce di tutte le Sharon, gli Enea e le Jessiche sparpagliate per il mondo!
Per non parlare di ” Biancaneve” che si innamora di un principe che a sua volta rimane colpito dalla sua voce mentre canta vicino a un pozzo, un figo della madonna, bello, alto, ricco, prestante…solo noi abbiamo principi brutti come il peccato…quello di Monaco, di Inghilterra…e ditemi voi se non è una fregatura.
Insomma queste favole riportano sempre un buono, un brutto, un cattivo e un lieto fine.
In realtà ci siamo mai chiesti cosa sia una favola?
Poco più di cento anni fa nasceva un signore, un certo Propp che di ” storie” se ne intendeva a tal punto da ritenere che tutte le favole derivassero da ” rituali di iniziazione” in uso nelle società primitive, veri e propri archetipi con la funzione di rispondere a quelle domande universali umane per cui ci troviamo di fronte un eroe, un antieroe, un aiutante, un antagonista e relative azioni ( esattamente trentuno non obbligatorie tutte nella stessa novella) quali il tranello, l’avvertimento ignorato, la decisione, la vittoria.
” Noi siamo le nostre storie” ( Taylor) poiché siamo inseriti in una storia e veniamo a contatto con dei narratori quali il tempo, la famiglia, il contesto culturale e più del desiderio di felicità è ricorrente quello di trovare un senso alle personali esistenze.
Le nostre favole possono essere negative quando siamo soggetti passivi, positive quando siamo attivi e portati a scegliere rispetto alle varie opzioni.
Storie e scelte non sono tutte uguali e impegnano la totalità della nostra personalità: intelletto, spirito, emotività.
E se per Shakespeare ” La vita è una favola narrata da uno sciocco, piena di strepito e furore ma senza significato alcuno”, l’uomo ha necessità di credere ancora nelle favole, di sconfiggere il drago, di sperare in un lieto fine perché questo spinge lo sguardo oltre il livello della superficie.
Nessuno attende l’eroe che ci salvi ma riponiamo fiducia in quella forza che ci possa permettere di guardare più lontano dei nostri orizzonti (limitati talvolta).
“L’uomo questa passione inutile”. (P. Sartre)




