LA LIBERTA’ DELLE ALTRE

Ci sono donne che rischiano la vita per conquistare la libertà e altre che quella libertà l’hanno conquistata, almeno in parte ma sembrano talvolta dimenticare quanto sia fragile quando viene negata altrove.
In Iran si muore per aver manifestato, per aver contestato il potere, per aver immaginato un’esistenza diversa da quella imposta: si viene arrestati, condannati, giustiziati, non per aver combattuto una guerra piuttosto per aver rivendicato il diritto di scegliere e mentre le esecuzioni cancellano le vite e le carceri inghiottono i dissidenti, il mondo continua a produrre dichiarazioni, a esprimere preoccupazione e a voltare pagina.
E’ questo che dovrebbe inquietarci: non soltanto la brutalità della repressione ma la capacità che abbiamo sviluppato di conviverci.
Da donna questa vicenda mi pone una domanda che non riesco a considerare secondaria: quanto vale la libertà “femminile” quando a rivendicarla è una donna che vive fuori dal nostro orizzonte culturale e politico?
Non è un’accusa alle femministe italiane ma una domanda più scomoda che riguarda la coerenza delle battaglie e la capacità di rimanere universali quando la realtà diviene politicamente complicata.
La libertà di una donna iraniana non dovrebbe necessitare di essere tradotta nelle nostre categorie per meritare attenzione, non dovrebbe risonare meno importante perché la sua storia è difficile da inserire nelle contrapposizioni occidentali.
Ma non ci sono soltanto loro: ci sono uomini uccisi, giovani condannati, famiglie private dei propri figli, persone che non hanno bisogno di condividere le nostre idee per meritare giustizia, non occorre approvare ogni protesta per riconoscere che nessuno dovrebbe essere giustiziato per un dissenso politico e religioso.

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La questione non è stabilire chi si indigna abbastanza piuttosto chiedersi perché alcune sofferenze riescano a diventare battaglie collettive, mentre altre rimangono ai margini, meno comprensibili, meno degne di mobilitare le coscienze.
Il silenzio non è sempre complicità ma esiste un silenzio più difficile da riconoscere che nasce quando un’ingiustizia disturba le nostre convinzioni, mette in crisi le nostre appartenenze o ci costringe a prendere posizioni dove preferiremmo restare prudentemente ambigui.
Ed è qui che i diritti umani vengono messi alla prova, non quando difenderli è facile ma quando farlo costa qualcosa.
Non basta dichiararsi dalla parte delle donne, bisogna esserlo anche quando quelle donne vivono a Teheran.
Da donna mi rifiuto di pensare che la mia libertà sia un privilegio geografico, una fortuna che mi è capitata per caso fra capo e collo.
La condizione di quelle donne e quegli uomini non è soltanto una tragedia da osservare ma un richiamo alla responsabilità di chi quella libertà la possiede e dovrebbe sapere quanto vale.
La libertà non si misura solo da ciò che siamo disposti a difendere, si misura soprattutto da ciò che non accettiamo venga negato agli altri.
E forse la domanda più scomoda è questa: se fossimo nati al loro posto, se fossimo noi a rischiare la vita per manifestare, vorremmo veramente scoprire che la solidarietà del mondo dipende dalla convenienza di chi ci guarda?

Francesca Valleri


