L’IMPERO DELLA PERIFRASI

Esiste una faglia temporale, netta e invisibile, che separa il mondo delle cose dal mondo della loro rappresentazione.
Un tempo la grammatica dell’esistenza si reggeva su una spietata e meravigliosa aderenza alla realtà, per cui se un vaso cadeva dal tavolo e si frantumava, la diagnosi era immediata: ” si è rotto “.
Oggi il medesimo evento ha subito una conversione, ” il vaso ha modificato la propria integrità strutturale per esplorare nuove risonanze frammentarie nello spazio”…Lucio Fontana ci ha costruito una rivoluzione spazialistica mentre noi, più modestamente, applichiamo lo stesso principio al servizio buono della nonna.
Il contrasto tocca vette di puro sadismo a tavola, dove il passaggio dall’era biologica a quella curatoriale è oramai completo.
Un tempo si entrava in una trattoria e si pronunciava una frase lineare, quasi biblica : ” ho fame, vorrei degli spaghetti”.
Oggi, varcare la soglia di un ristorante equivale a firmare un contratto di sottomissione con lo chef ( che ha smesso di spadellare per diventare regista del gusto) che sarà pronto a fulminare con la sguardo: ” non si ha fame, piuttosto si avverte un’urgenza di compensazione nutrizionale”.
Chiedere del parmigiano poi, è un atto di terrorismo estetico equiparabile a disegnare i baffi a matita sulla Gioconda.
Questa mutazione ha polverizzato l’efficacia dei vecchi verdetti.

Un tempo un aggettivo meravigliosamente affilato, per liquidare ciò che non era di gradimento, tipo “brutto”, chiudeva la discussione mettendo fine alle agonie; il nuovo canone invece esige la perifrasi da catalogo della Biennale per cui ” ne ho apprezzato la complessa urgenza espressiva, sebbene la drammaturgia non intercettasse il mio attuale baricentro recettivo” che altro non è che la traduzione d’alta moda di ” ho dormito con la bava alla bocca sul divano dal ventesimo minuto” ma questo ci garantisce l’immunità nei salotti dei radical chic.
Persino la fatica fisica ha subito una transizione , dal muscolare al metafisico: “sono stanco” si traduce in ” sono in una fase di decompressione biocognitiva”.
Se Leopardi dovesse descrivere la sua celebre malinconia non sarebbe più “noia” ma ” un posizionamento strategico nei flussi della disconnessione emotiva”.
L’apice di tale delirio a specchio si raggiunge nel momento sacro del rifiuto sociale.
Un tempo era sufficiente un “stasera non vengo, non ho voglia”; una rozza, splendida e limpida onestà.
Nel teatro dell’assurdo di Becket il messaggio è “il mio eco sistema personale questa sera non dispone dello spazio per accogliere nuove geometrie relazionali”; tradotto ” voglio stare in pigiama sul divano di casa mia a fissare il vuoto”.
Siamo passati dalla parola come strumento per indicare le cose, alla parola come tendaggio per coprire il vuoto.
Un tempo , “non ho capito una mazza”, oggi ” la tua narrazione non si allinea momentaneamente con la mia griglia fenomenologica”.
In questa splendida coreografia, dove ogni sillaba è sterilizzata e privata di spigoli per non urtare la sensibilità di nessuno, l’unica avanguardia rimasta è il ritorno al grado zero della comunicazione; guardare la complessità del mondo e invece di arrampicarsi sulle impalcature della supercazzola concettuale ritrovare la dote di un vocabolario elementare “si” e “no” o magari mandare tutti a quel paese.
Sempre però con un certo stile d’autore (si intende).

Francesca Valleri


