PIOVE, TORNEREMO.

Piove, quindi dobbiamo tornare.
Si dice che quando si visita un paese nuovo e piove è perché ci si deve tornare.
Non so chi abbia avuto l’idea ma è doveroso riconoscergli una certa abilità diplomatica, riuscendo a trasformare una giornata meteorologicamente disastrosa in un auspicio; dove noi vediamo scarpe fradice, capelli inguardabili e un programma di viaggio saltato, lui vede il destino.
Partiamo per una città nuova con un itinerario studiato al minuto poi il cielo decide che le nostre ambizioni culturali non hanno valenza e apre i rubinetti; a quel punto scopriamo una verità molto antica che il meteo non legge le nostre prenotazioni mentre la letteratura ha sempre avuto un rapporto più interessante con la pioggia.
Per Shakespeare il tempo atmosferico poteva diventare teatro, presagio e caos, in “King Lear” la tempesta non è semplicemente una tempesta piuttosto è il mondo esterno che sembra impazzire insieme alla protagonista e una cosa è certa, il nostro caro William, aveva già compreso una cosa che oggi noi chiamiamo con meno eleganza “giornata di merda”: quando fuori il tempo peggiora, sovente peggiora anche quello che abbiamo dentro.
Con Poe, una giornata nuvolosa non è una giornata nuvolosa, bensì l’inizio di qualcosa.
Con Hemingway la pioggia diviene quasi una condizione esistenziale; in ” A Farewell to Arms” l’acqua che cade dal cielo non è esclusivamente uno sfondo atmosferico, piuttosto è legata alla perdita e alla paura.
Insomma Ernest non avrebbe scritto “che bello torneremo”…avrebbe ordinato da bere.
La pioggia è entrata ovunque nella cultura perché possiede una qualità straordinaria ovvero è banale e simbolica contemporaneamente.
Piove da sempre.

Eppure ogni volta che accade ci comportiamo come se fosse la prima volta.
Monet aveva compreso che quelle gocce modificano il modo in cui guardiamo il mondo, la luce si spezza, le superfici si riflettono, i contorni si confondono; il che è molto poetico fino a quando non dobbiamo attraversare la strada con le scarpe di camoscio.
A quel punto l’impressionismo diventa un problema pratico.
E poi ci sono piogge malinconiche, sensuali, esistenziali e rock.
“Riders on the Storm” dei The Doors ha trasformato il temporale in un paesaggio mentale, “Rain” dei The Beatles ci ricorda che persino una cosa tanto spettacolare come l’acqua che cade può diventare musica e poi c’è BoB Dylan che ha sempre avuto un talento per il cattivo tempo, come se il mondo dovesse necessariamente avere un cielo complicato affinché lui potesse iniziare una strofa.
In Italia poi, la pioggia ha avuto una carriera rispettabile.
Da Domenico Modugno a Francesco De Gregori, passando per Lucio Dalla, il maltempo è stato sovente un modo elegante per parlare di altro, perché questa è la caratteristica della pioggia…raramente parla davvero della pioggia…parla di noi, della nostalgia, della memoria e anche della solitudine e occasionalmente del fatto che abbiamo dimenticato l’ombrello in macchina.
” Piove, dobbiamo tornare”.
La prima visita ci mostra il luogo, la seconda potrebbe mostrarci cosa avevamo perso…naturalmente potrebbe piovere di nuovo.
E’ una bella scusa e nella vita, a volte, le belle scuse sono molto più utili delle buone ragioni.
Soprattutto quando fuori piove.

Francesca Valleri


