VITA IN USCITA

C’è un verbo in italiano che fa tutto, elastico, disinvolto, camaleontico, un verbo che si infila nei dialoghi e che senza far rumore regge metà delle nostre giornate, non necessita di presentazioni ma come certi divi vive di apparizioni continue: uscire.

“E’ uscito un libro”, “Sono usciti i risultati”, “E’ uscito il sole”, ” Devo uscire”, “Non mi escono le parole”, “Usciamo insieme?”.

Se ci fermassimo a contare le volte in cui viene pronunciato, scopriremmo che governa ogni passaggio dal dentro al fuori, dal silenzio alla dichiarazione, dall’idea al mondo.

A ben vedere uscire non è mai solo una questione di porte.

Una porta che si apre, un piede oltre la soglia, un prima e un dopo e non descrive solo un movimento nello spazio ma un vero e proprio atto ontologico: lasciare una condizione per esporsi a un’altra, tradire una sicurezza per cercare una verità.

Il primo gesto umano degno di nota è a tutti gli effetti un’uscita, quella dal grembo materno.

Uscire è il contrario dell’inerzia, è il verbo della soglia e non a caso le grandi narrazioni cominciano sempre con un’uscita.

Dante entra nella selva oscura ma l’intero viaggio altro non è che una gigantesca manovra di uscita dall’errore, dal peccato, dalla disperazione fino a “riveder le stelle”.

E cosa fa Ulisse nell’Odissea se non tentare disperatamente di uscire da un’isola, da un incantesimo, da una deviazione?

L’uscita da Itaca lo condanna a un ritorno interminabile ma ogni ritorno è in realtà un’uscita dalla versione precedente di sé.

In “La coscienza di Zeno” l’uscire è più sottile, non è abbandonare una città piuttosto uscire da un’illusione su di sé: Zeno tenta di uscire dal vizio del fumo, dalle proprie nevrosi e ogni tentativo è un’uscita mancata e proprio in siffatta incapacità si rivela la modernità del personaggio, quella che uscire da sé è più infinitamente difficile che uscire da una stanza.

Uscire è sì tornare ma anche osare.

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Il verbo porta con sé un’ eleganza discreta, non irrompe, non conquista, semplicemente passa.

E’ il gesto di chi apre la finestra per cambiare aria, non per fuggire, eppure dietro a quell’aria che entra c’è sempre una piccola rivoluzione.

Nell’epoca dove si celebra l’entrata, entrare nel mercato, entrare nel dibattito, uscire rappresenta tutto ciò che potrebbe essere definito sovversivo, è il gesto del ritirarsi da una conversazione tossica, da una certa situazione e pure dal gruppo di WhatsApp.

C’è arte nell’uscire bene, un’uscita di scena con grazia come certe pellicole di Fellini, dove i personaggi scivolano via, oppure sbattendo la porta come in una commedia all’italiana; in entrambi i casi definisce il carattere più dell’ingresso.

E poi c’è l’uscita strategica, quella che salva la dignità, ” scusate devo assentarmi un istante”, una formula universale per sottrarsi a riunioni infinite, appuntamenti imbarazzanti, cene in cui qualcuno racconta per la terza volta la medesima barzelletta.

Uscire è un diritto umano non scritto.

L’aspetto interessante dell’uscire è che non riguarda solo esclusivamente “noi” ma anche le cose, i film escono, i libri escono, i risultati escono, persino il sole esce e qui il verbo si fa cosmico: non siamo noi a uscire nel mondo piuttosto il mondo che viene incontro a noi.

“E’ uscito il sole” è forse la frase più ottimista della lingua italiana, come a dire che qualcosa si è aperto, che la luce ha deciso di partecipare.

“Usciamo?” è la domanda che ha fondato più storie d’amore di quante ne abbia raccontate la letteratura: uscire insieme, lasciare il proprio interno, casa, abitudini, per incontrare l’imprevedibile, non c’è soltanto la fiducia in quell’uscita ma anche la promessa di una narrazione condivisa (e quando si smette di uscire insieme è già iniziata la fine).

Anche la politica ama uscire.

Si esce da un partito, da un’alleanza, da un trattato e l’uscita è diventata una categoria geopolitica, referendum, dimissioni, scissioni.

Ogni uscita è una dichiarazione di autonomia ma anche una salto nel vuoto e tuttavia dietro a una grande uscita c’è sempre una domanda: cosa lasciamo dentro?…perché uscire implica anche una perdita, si guadagna aria ma si perdono pareti.

L’astronomia ci offre forse la metafora più vertiginosa: ogni stella , a un certo punto, “esce dalla propria stabilità”: quando il combustibile nucleare si esaurisce, la stella abbandona la sequenza principale e si trasforma in gigante, nana bianca, supernova.

Non è un capriccio è necessità fisica e se Carl Sagan ci ha insegnato che siamo fatti di polvere di stelle, allora siamo fatti di materia che è uscita da uno stato per entrare in un altro.

L’uscita dunque è la condizione della nostra esistenza.

Forse uscire è il verbo del tempo, perché prima o poi ogni cosa esce di scena: si esce dal lavoro, si esce dalle epoche, si esce dalle stagioni.

Uscire altro non è che scegliere la soglia e ogni soglia, se attraversata con ironia e passo leggero, diventa un inizio travestito da fine.

Francesca Valleri