ROMEO SUONA IL CITOFONO!

C’è un punto preciso a Verona dove la pietra sembra aver assorbito, nei secoli, l’eco di un sospiro; il balcone di Giulietta, un manufatto architettonico che, per gli autentici storici dell’arte, ha la medesima veridicità di una borsa di lusso comprata al mercato di Forte Dei Marmi ma che continua a esercitare un fascino ipnotico.

Non è solo un balcone, è un altare laico al sentimentalismo globale, un crocevia, un’intersezione (sacra) fra la leggenda shakespeariana e il vociare dei pullman turistici.

Al di là della sua discutibile autenticità, quel balcone è metafora irresistibile: la finestra spalancata sul desiderio, il teatro dell’amore impossibile, la soglia fra ciò che siamo e quello che vorremmo essere.

La letteratura non è mai stata gentile e clemente con i terrazzini, da Madame Bovary che avrebbe fatto meglio a restare affacciata a respirare un po’ d’aria fresca invece di catapultarsi nel suo destino infausto, fino ai drammi borghesi di Cechov, dove sovente si intravede un personaggio che vorrebbe fuggire dalla stanza (e dalla propria vita) ma si limita, con dignità, a guardare oltre il davanzale; assomigliano (i balconi intendo) all’esistenza e alla lunga attesa alla finestra con le valigie dell’anima sempre pronte e (forse) mai davvero utilizzate o a studenti che non hanno terminato i compiti delle vacanze.

Nella settima arte il balcone ha fatto decisamente la sua parte; silenzioso, un comprimario fedelissimo basti ricordare “Vacanze Romane” mentre la Hepburn osserva una città che le promette evasione.

Diventa un sistema nervoso esterno con Hitchcock, una proiezione dell’ansia e della curiosità umana e poi ci sono le mille e più versioni cinematografiche di Romeo e Giulietta, in cui Giulietta sembra affacciarsi non solo su un amore proibito ma un provino vero e proprio per entrare di diritto nel club delle eroine tragiche.

La musica, dal canto suo, ha sfruttato il terrazzino come un palcoscenico.

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Lo abbiamo toccato con mano durante i mesi di isolamento , quando gli italiani, tra una focaccia fatta in casa e la riscoperta del lievito madre, quale entità spirituale, hanno improvvisato festival canori; ognuno protagonista del suo personale videoclip, un po’ Mina, un po’ Freddy Mercury, un po’ vicino di casa disperato.

E così il balcone diventa la ribalta quotidiana, dove si consumano dichiarazioni d’amore, litigate condominiali che avrebbero fatto la fortuna pure di Edoardo De Filippo, confessioni sussurrate e telefonate che ascoltiamo nostro malgrado, divenendo esperti sentimentali delle vite altrui senza averlo mai richiesto.

E’ un luogo liminale, una soglia fra esterno e interno anche quando ci affacciamo “solo per controllare il meteo”.

E forse si ama quel terrazzino perché educatamente ci ricorda che siamo sospesi, protesi verso qualcosa che temiamo ma che desideriamo oltremodo, un po’ come i personaggi di Shakespeare incapaci di vivere (anche) l’amore senza trasformarlo in epopea o almeno senza coinvolgere tre famiglie e due generazioni.

Il balcone di Verona funziona anche quando traballa; ci piace immaginare Giulietta che si sporge nella notte, non tanto perché crediamo che sia accaduto piuttosto perché abbiamo bisogno di quella scena, una ragazza che sfida tutto, un ragazzo che rischia l’osso del collo…un dialogo che oggi sarebbe rovinato dalle notifiche (del telefono).

Siamo pronti a sporgere la testa verso la notte o preferiamo rimanere “dentro” a guardare una serie?

Francesca Valleri