L’ELEGANZA FURIOSA

C’è un’arte che ultimamente in pochi sanno maneggiare, una disciplina sottile quanto il ricamo di un abito di seta: arrabbiarsi con eleganza.
Non si parla dell’urlo sguaiato o isterico nel traffico, del piatto lanciato alla Sophia Loren in ” Matrimonio all’italiana”, né della tastiera sbatacchiata sui social con lo stesso impeto con cui Beethoven suonava i tasti del pianoforte; parliamo dell’ira quale gesto stilizzato, un atto estetico in un mondo dove chi urla di più sembra avere ragione.
L’ira elegante è l’ultima forma di nobiltà, è il rifiuto di scendere nel fango pur sapendo combattere.
In un momento, quello odierno, che esige risposte-reazioni immediate, meglio se in maiuscolo e con una decina di punti esclamativi, l’ira elegante è resistenza culturale, una sorta di valzer viennese, o un minuetto danzato sotto un terremoto.
Ci si “incazza” ma con parole scelte, un tono di voce che scende anziché salire e con un’aria che suggerisce che niente ci potrebbe scuotere, se non il cattivo gusto degli altri; una rabbia che non si contorce ma si erge, una signora che cammina elegantemente sui tacchi a spillo.
Virginia Woolf ha foderato la sua rabbia lucida in un vello di tulle, scarnificando sì con la penna senza mai ferire; il suo sdegno un bisturi sterilizzato, affilato, chirurgico.
Oscar Wilde poi…re indiscusso e maestro dell’insulto elegante, nessuno come lui sapeva sferrare colpi bassi con il guanto bianco della battuta pronta e arguta; si dice che provocato da un critico che lo accusava di essere un uomo frivolo, abbia risposto ” non sono abbastanza importante per essere presuntuoso”, quale esempio di ira glaciale incastonato nell’ironia tagliante.
Emily Dickinson che nella sua apparente dolcezza da zittella sapeva infilzare i suoi contemporanei con spilli dorati; un veleno in una bottiglia di cristallo.
Nel teatro greco la collera era sovente affidata agli “eroi”: Medea, Clitennestra, Achille ma a voler mettere i puntini sulle “i” c’è da sottolineare che anche in quella occasione, dove l’ira “funesta” era urlata e sanguigna, esisteva comunque una forma, ovvero la maschera quale strumento per incanalare e rafforzare l’espressione.
In soldoni, la rabbia aveva un copione come quella aristocratica nel “Flauto magico”, colori a tinte forti, minacce di morte, tutto rigorosamente in Do minore.
E allora se ci si può infuriare con Mozart tutto è possibile!
Perfino gli oroscopi ci suggeriscono di non perdere la pazienza, abbiate “l’ira ma con grazia ascendente in gemelli” e Marte, dio della guerra e pianeta della rabbia è spesso in opposizione alla diplomatica Venere ma se la Luna si trova in Bilancia (così dicono) magari la rabbia diventa una questione di stile, uno sguardo di disapprovazione.

Se si potesse stilare un galateo potrebbe essere grosso modo così: mai urlare, perché abbiamo già perso in partenza, usare parole belle e uniche per dire cose brutte, non reagire seduta stante.
Certo é che anche i migliori inciampano!
Maria Callas lanciò bicchieri e Nabokov scriveva lettere di fuoco agli editori.
Esiste però una differenza abissale fra cadere e crollare: il primo è coreografia mentre il secondo sceneggiata e c’è da sottolineare che “incazzarsi” è umano ma farlo bene è divino, è l’arte suprema di trasformare il furore in forma.
Viviamo in tempi cacofonici e rumorosi in cui l’ira è moneta corrente ma sono certa (ostinatamente) che valga la pena riscoprire il dissenso raffinato come un quadro di Schiele in mezzo ad una dozzina di Monet.
E se proprio ci saltano i nervi e si perdono le staffe almeno che l’insulto sia con la punteggiatura perfetta!




