L’AZZURRO SPIEGATO MALE

Si comporta con buona educazione, non alza i toni e quando manca ci si accorge immediatamente che qualcosa non torna: l’azzurro.

Non ha fatto la rivoluzione eppure ha governato imperi di immaginazione, non ha preteso il centro della scena ma si è sempre trovato sullo sfondo giusto, quello che regge tutto il peso.

Da un punto di vista astronomico è una bugia ben raccontata; il cielo sappiamo non essere azzurro, un perfetto effetto ottico ma nonostante questo nessuno si sente tradito, anzi talvolta è confortante sapere che possa essere un’illusione collettiva, una convenzione poetica, come a dire ” forse non siamo soli” (ma senza enfasi per non sembrare ingenui).

Diventa tempo grammaticale in letteratura, una specie di futuro anteriore.

I cieli di Leopardi non solo semplicemente blu, sono azzurri poiché contemplano la “distanza”, l’azzurro diventa lo spazio che permette al pensiero di diventare malinconico senza inciampare nella disperazione.

Se il nero è il punto fermo, il rosso quello esclamativo, lui incarna i puntini di puntini di sospensione.

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Nei romanzi ottocenteschi entra dalla finestra, tende leggere, orizzonti lontani, una sorta di evasione controllata come a dire si può fuggire, sì ma con grazia e possibilmente in silenzio.

Lusso puro in pittura, valeva più dell’oro; letteralmente l'”ultramarino” (dai lapislazzuli), a significare che non era per tutti, riservato al cielo e alla Madonna, quelle due “cose” che dovevano rimanere intatte.

Giotto lo stende come un fondale, un palcoscenico per l’eterno, Vermeer lo usa con parsimonia quasi fosse una strategia diplomatica, con Picasso diventa un periodo storico, che non consola ma osserva e poi arriva Yves Klein che ne fa un’idea assoluta, una provocazione filosofica, un colore che non rappresenta più niente se non se stesso; l’azzurro non serve più al mondo, è il mondo invece che prova a stare al passo con lui.

Il cinema ha compreso che l’azzurro è il colore della memoria, quella che non fa male; i cieli di Antonioni sono azzurri perché l’inquietudine per essere elegante necessita di spazio.

L’azzurro cinematografico è il colore delle attese: aeroporti, stazioni, stanze d’albergo, il colore delle scene in cui non succede nulla e proprio per questo succede tutto.

Nuance di potere nel comparto moda.

La camicia azzurra è più autorevole della bianca perché meno dogmatica; il denim è azzurro perché deve durare, adattarsi, vivere.

E’ il colore che rende credibile sia l’uniforme che la fuga dall’uniforme, sta bene ai re, ai ribelli, ai bambini e agli anziani: non giudica.

E non si pensi che sia il colore dei bambini perché è la nuance meno infantile che ci sia; è vasto, è lontano, è infinito, è un cielo senza nuvole né temporali né vertigini.

L’azzurro non appartiene ai bambini, anzi è il contrario, sono i bambini che per un breve periodo appartengono ancora all’azzurro, poi crescono, imparano i confini e il cielo torna sullo sfondo ma resta lì ad aspettare che qualcuno osi di nuovo guardarlo senza chiedere il permesso.

In realtà mette a disagio proprio noi adulti perché ci ricorda un tempo in cui non avevamo bisogno di spiegazioni.

Francesca Valleri