L’ALBERO STORTO

In una società che pretende la perfezione anche dagli aghi di pino, l’albero storto rappresenta una forma di resistenza civile.
Di fatto il Natale è totalitario, decide la dieta, il tempo libero e pure la disposizione dei mobili per far posto all’abete e proprio lì si troverà , nell’angolo del salotto, piegato come un anziano zio che ha dormito sul divano, incapace di sostenere gli addobbi di un anno in cui tutti volevano “alleggerire”.
L’albero storto è la prova provata che il Natale è una trattativa complessa tra gravità terrestre, ambizioni umane e un filo di luci che non si accende mai dalla parte giusta.
L’albero storto è l’autobiografia vegetale, è quello che siamo quando nessuno controlla l’inquadratura ( per la foto instagrammabile), un po’ obliqui, un po’ piegati nel sorreggere le palline che sono state appese nel corso degli anni, ha radici che non toccano terra e un puntale che non punta da nessuna parte ma continua a voler essere un albero di Natale con una determinazione che rasenta l’epico.

La stortura è poi una narrazione, racconta il momento in cui nessuno, in casa, è voluto andare a prenderne un altro…”tanto con gli addobbi non si vede”, è la memoria del compromesso, l’accordo tacito fra estetica e pigrizia e c’è qualcosa di straordinariamente umano in tutto ciò: non c’è famiglia che non si sia trovata a discutere su quale lato sia quello “buono”, salvo poi scoprire che non esiste un retro sufficientemente nascosto da cancellare la realtà.
Paradossalmente l’albero storto ci ricorda che il Natale, quando funziona, non è una composizione simmetrica, è il caos gentile del ritorno a casa, il tentativo di accordare la propria storia a quella degli altri pur sapendo che qualche stecca ci sarà comunque, è il ” concedersi ” l’imperfezione sotto l’alibi generoso delle festività.
Così mentre lo osserviamo inclinarsi pericolosamente verso il presepe, instaurando un dialogo imprevisto tra iconografie che raramente si parlano, ci accorgiamo che l’albero storto ha la saggezza degli oggetti che non hanno avuto la possibilità di scegliere la propria forma.
Forse dovremmo rivalutare la sua dignità estetica perché nella stortura c’è movimento e nel movimento c’è vita a differenza dell’immobilità della perfezione quasi un po’ annoiata.
L’albero storto invece sembra essere sempre sul punto di prendere una decisione: crollare, rialzarsi, diventare moderno, tornare tradizionale.
E’ un’opera aperta.
Un dramma a tre atti che nessuno ha ancora scritto.
E’ il Natale che merita di essere celebrato, delle decorazioni che non si intonano fra di loro, delle cene che iniziano in ritardo, del circo di zuccheri e carboidrati.
Un teatro collettivo dove si nasconde un bisogno umano, quello di sentirci, almeno per un attimo, al posto giusto.
Alla fine, quando le luci si spengeranno e rimarrà la shiloutte sbilenca dell’albero nell’oscurità, potremmo concederci un sorriso indulgente: come lui, anche noi abbiamo fatto del nostro meglio per rimanere in piedi.
E sorprendentemente ci siamo riusciti…anche se un po’ storti.
Sempre un po’ storti!

“Salotto Itinerante” augura a ciascuno di voi serene festività, un abbraccio corale e se vorrete ci leggiamo martedì 30 dicembre.



