HITO: MA CHI CE LO FA FARE

C’è una parola in giapponese, “Hito”, che significa semplicemente (si fa per dire) persona; si, proprio noi, bipedi ambiziosi, mammiferi un po’ vanitosi.

Una parola piccina, piccina, piccina, quasi timida e discreta e già questa dovrebbe far sospettare che, come tutto ciò che in Giappone appare semplice, nasconda invece un ingranaggio di significati incastonati, una sorta di cattedrale lessicale travestita da capanna di bambù.

Dunque hito persona ma come sovente accade nelle lingue che non percepiscono l’urgenza di spiegare troppo (quello che noi europei tendiamo a sezionare in individuo, cittadino, soggetto, io) in giapponese, con grazia, si ripiega in un unico ideogramma composto da due linee che si sorreggono vicendevolmente.

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Una metafora che oggi potrebbe rischiare di essere archiviata come buonismo orientale e che invece basterebbe infilare in una qualsiasi riunione di condominio per trasformarla in un seminario di antropologia pratica.

Persino Kafka lo aveva compreso oltremodo nell’atto preciso di trasformare Gregor Samsa in uno scarafaggio…ci ricorda che l’hito è una specie che si misura nell’assenza, è umano quando perde la parvenza umana.

E su Pirandello cosa potremmo aggiungere?…ne vedeva almeno sei in ogni personaggio!

Il Rinascimento lo ha messo su un piedistallo, Freud lo ha disteso su un divano, i social chiuso in una scatola luminosa invitandolo a mostrarsi “autentico” con filtri che lo rendono irriconoscibile e mentre noi dibattiamo, il giapponese risolve tutto con due linee e tanti saluti.

La musica straborda di hito sparpagliati ovunque; una galleria di hito marginali quelli di Fabrizio De André e troppo fragili per stare in piedi soli ma perfetti quando sorretti da altri, o quelli del maestro del trasformismo, David Bowie, che più che persone sono intere costellazioni.

Nel Sol Levante si può riassumere nel destreggiarsi fra l’urgenza di legami e il culto della privacy, fra la cortesia estrema e il dire ciò che si pensa (ma sola a casa), un promemoria che potrebbe suonare grosso modo “siamo tutti umani” di quella umanità che Frida Kahlo porta sulla tela quale autoritratto frantumato e ricomposto.

Gli hito della storia, Socrate, Montaigne, Weil, invitano a guardarsi dentro, i giapponesi in quella umanità condivisa, noi occidentali o ci fondiamo indistintamente o ci isoliamo in modo “militante”; eppure l’hito si compie nello spazio che lascia all’altro, nella delicatezza del gesto minimo, nell’ironia che salva dal dogma.

Letta così (forse) va rivista la definizione di “persona”, una figura che prende vita dall’incontro e soprattutto un essere che, per quanto raffinato, rimane sovente un po’ comico, si agita, inciampa, come “noi” che ancora talvolta ci ostiniamo a trovare complessità dove invece basterebbe un kanji di due linee.

E allora eccoci qui, hito del ventunesimo secolo, creature convinte di abitare un’epoca avanzata digitale e consapevole, capaci di ascoltare podcast motivazionali sulla felicità mentre scorriamo commenti che ci rendono furiosi.

Niente incarna il paradosso umano meglio di questa dinamica simultanea di illuminazione e livore.

Sovente pure l’incapacità di stare nel celebre “spazio” tra le persone.

Per i giapponesi un’arte, per noi un problema linguistico…”scusi è libero”?, “si ma meglio se non respira verso di me”.

L’hito contemporaneo possiede un talento unico ovvero credersi profondissimo citando tre frasi di Murakami lette su Instagram (e pure sbagliate) ma l’importante è l’atmosfera.

E allora hito diventa un titolo onorifico che ci portiamo addosso per cortesia , perché in definitiva, se dipendesse dalle nostre performance quotidiane nessuno ci promuoverebbe oltre “work in progress”.

Siamo un miracolo minuscolo, magari persino comico ma sempre ostinatamente umano.

Francesca Valleri