FREDDO ONESTO

L’inverno ha un pessimo ufficio stampa, viene raccontato come una parentesi da sopportare, una sala di attesa senza riviste aggiornate, un tempo morto in cui la vita rallenta per mancanza di luce, eppure è una biografia, un periodo dell’anno che non si limita a cambiare pelle e paesaggio ma esige di rivedere il carattere degli esseri umani.

Non esplode: scava.

Non promette: sottrae.

Non seduce: mette alla prova.

Non chiede di essere amato ma succede, capita come certi libri ostici o certi film lenti, è editoria indipendente; nei romanzi russi l’inverno è una prova etica, chi resiste è più consapevole, Tolstoj se ne è servito per raccontare e disegnare l’attesa, Kafka quale senso di esclusione, Mann lo ha trasformato nella forma visibile della malattia del tempo.

L’inverno costringe i personaggi a stare fermi e stare fermi nella narrativa è pericoloso: si pensa troppo.

Ed è pure la stagione dei quaderni, dei romanzi iniziati e mai finiti che non pretende capolavori perché accetta tentativi (e forse è la sua più grande generosità).

Potrebbe essere descritto come quel lasso di tempo dove non accade niente eppure succede tutto, quel periodo in cui le città diventano sincere, senza tavolini all’aperto, senza abiti leggeri, toglie il trucco ai luoghi e alle persone e forse si cessa di vivere per dimostrazione e si torna a vivere per necessità, un po’ come nella pittura dove non è mai un elemento di decoro.

Brugel attraverso l’inverno raccontava l’umanità che resisteva e la dignità del ritorno a casa anche a mani quasi vuote ( “Cacciatori nella neve”), una sovraesposizione emotiva per Monet che riteneva il gelo uno stato d’animo che, noi umani, chiamiamo frettolosamente malinconia.

L’inverno non porta fiori, non regala frutti e se si è tristi lo si è davvero, senza alibi e filtri, non migliora, smaschera, non promette niente ma mantiene tutto, però è affidabile quanto quel vecchio amico scorbutico che non chiama mai ma quando crolla il mondo è già sotto casa.

Non è una stagione, è un vero e proprio capitolo esistenziale, il tempo non scorre ma si addensa, le ore diventano pesanti come certi discorsi importanti che nessuno ha desiderio di intavolare ma che prima o poi vanno affrontati e gli alberi diventano filosofi, stanno ( apparentemente ) fermi ma lavorano alacremente in sordina, comprendendo che produrre costantemente è una forma di esaurimento vegetale.

Noi invece no.

Noi vogliamo fiorire anche quando nevica.

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Il cinema è una sorta di Coco Chanel, utilizza il gelo quando vuole sottrarre e ridurre la scena all’essenziale e più il paesaggio è pulito più i protagonisti-personaggi appaiono sporchi moralmente ( una metafora che non necessita di spiegazioni).

La musica dal canto suo, non pretende volume piuttosto attenzione, Vivaldi non descrive il freddo ma l’ingegno con il quale abbiamo imparato a conviverci, geloni, denti che battono, mani ghiacciate; nel Jazz l’ inverno è rappresentato da piccoli club dalle luci soffuse e gli strumenti che sembrano parlare a voce bassa per rispetto.

Leonard Cohen ci insegna che il gelo è un ottimo ambiente per dire la verità senza urlare e probabilmente, in fondo in fondo, questo periodo dell’anno è quella stagione che abbassa il volume per permettere a certe parole di abitare.

Un dato di fatto che questa stagione non favorisca la socialità, non valorizzi l’incarnato, non migliori l’umore, non metta in piedi strategie per essere amabile e per questo risulta, con il tempo, sorprendentemente sincero: è l’unico periodo in cui è socialmente accettabile affermare “sono stanco” senza dover aggiungere una spiegazione creativa e quando se ne va non lascia euforia ma una strana forma di lucidità, come fanno le stagioni che, senza fare alcun rumore, ci hanno insegnato qualcosa…anche se non sappiamo ancora cosa.

Francesca Valleri