CUORI IN MANUTENZIONE

C’è un momento che, di solito si palesa fra il secondo e terzo bicchiere di rosso, un messaggio visualizzato e non risposto e l’ennesima canzone malinconica, in cui, anche il più disincantato degli spiriti si ritrova a domandarsi: ” meglio amare o essere amati?”.
Domanda trita?
Si…solo per chi in realtà non ne ha mai assaporato la profondità.
Dietro a quel punto interrogativo, che imbarazza pure i cinici, si cela il più sofisticato degli enigmi: quello del ricevere e del dare, della forza, della resa e della fragilità.
La letteratura, che di sentimenti vive come un vampiro affamato di cuori, ha da sempre tentato di risolvere questa emozione più o meno così: amare male e scrivere bene e ne ha dato ampiamente dimostrazione Dante, pover’uomo, esiliato e innamorato di una donna che forse lo ha salutato solo una volta, ha costruito l’intera Commedia come un monumento all’amante più che all’amore.
Amava ma non era amato, eppure da quel fallimento sentimentale ha tirato su la più alta architettura poetica dell’Occidente e qui già si intravede un paradosso (sublime) ovvero che chi ama senza essere corrisposto sogna di più, crea di più, scrive meglio.
Lo sapeva bene la Emily (Dickinson) chiusa nella stanza bianca come una monaca della sensibilità, che in una lettera scrisse “that love is all there is, is all we know of love”; amare per lei era un atto di non ritorno, come un fiore che sboccia temerario nel deserto, solo per la bellezza di farlo.
Leopardi, povero, curvo e geniale, ha trasformato un paio di rifiuti amorosi in un patrimonio poetico nazionale.
Amare è un verbo che si coniuga con la pelle e non solo con la grammatica, è una forma di follia civile, tollerata solo perché produce canzoni, film e quadri.

Ogni epoca tenta di ridipingerlo con il proprio pennello, Klimt con il suo Bacio ha incastonato l’amore in una foglia d’oro, Caravaggio lo ha personificato come una lotta corpo a corpo, luce contro tenebra e Chagall, il più sognatore di tutti (e meno carnale) lo ha fatto “volare” sopra i tetti, come se amare significasse perdere il peso specifico.
Se amare è un verbo attivo, essere amati è un participio passivo e come ogni participio porta con sé un senso di compiutezza e un leggero odore anche di muffa.
Essere amati è comodo, lusinghiero, accogliente come un divano di velluto ma alla lunga si rischia di divenire prigionieri, vivendo nell’attesa dello sguardo dell’altro come un attore che non è più in grado di recitare senza pubblico.
Il cinema ne è pieno: Casablanca dove la Ingrid ama e viene amata in un eterno gioco di rinunce, lui la lascia andare, lei parte e noi piangiamo come se ci avessero disattivato Netflix.
La musica poi ….una tortura!
Ogni nota prende vita da uno squilibrio, le sinfonie più iconiche non parlano mai di amori felici; da Wagner dove amore e morte si fondono fino a Mina ” e se domani non potessi rivederti…”, cantando la vertigine della perdita (eventuale).
La verità è chi ama canta, chi è amato ascolta e chi non ha nessuno mette tutto sul tasto repeat e finge di stare bene.
Ma in realtà l’amore è un disastro meraviglioso, una “cronaca di una morte annunciata”, un difetto di un cuore umano ma un difetto così elegante che nessuno vorrebbe correggerlo.
Dunque amare o essere amati?
E’ una domanda che probabilmente solo chi non ama più si pone, chi è dentro il sentimento non fa distinzioni nel dare e nel ricevere, c’è la costruzione di un unico gesto.
Chi ama crea, chi è amato ispira.
Solo chi riesce a vivere e riconoscere entrambi i ruoli conosce la grazia.
Auguriamoci di inciampare tutti i giorni in quella scintilla capace di farci credere che l’intero mondo viva solo per quella.



