CONDOMINIO DIGITALE

Immaginare i social come condomini non è solo un esercizio ironico è anche un modo per riconoscere come dietro le facciate colorate esista un’antropologia antica; il vicino “entusiasta” che ha appena rifatto la cucina (ha cambiato l’immagine del profilo), il “lamentoso” che racconta i guai della settimana con una serie di hashtag incomprensibili, poi la volta degli annunci di matrimoni, nascite, corna e separazioni, nuovi amori e “coming out”.
Un palazzo con milioni di coinquilini ( ognuno nella sua stanza dalla pareti sottilissime), vicini di casa ovunque, come in un condominio vero e proprio, dove si incontrano pure persone che non sceglieremmo mai come conviventi…ma ci sono.
Una specie di complesso residenziale newyorkese stile ” Apartment Houses, East River” di Hopper con quella luce sospesa e un’atmosfera melanconica, semplifica la struttura architettonica in blocchi e finestre ripetute.
Le bacheche sono veri e propri pianerottoli condominiali dove si scambia un saluto, si chiacchera, si spettegola e si commenta…tutto, anche troppo; dal colore delle tende alla politica mondiale ogni occasione potrebbe risultare fucina di una discussione furibonda anche se innescata da un ” Buongiorno” pure educato.
Fra gli attori protagonisti ( imprescindibili come lo schema favolistico di Propp) troviamo il “cristiano” che si lamenta sempre, il pacere una specie di moderatore che cerca di mantenere l’ordine come un vigile urbano e un altro ( uomo o donna è indifferente) che possedendo poca percezione della lingua italiana e delle regole della civile convivenza nel mondo , argomenta il proprio pensiero con un ” coglione” a cadenza giornaliera, la maestra dalla penna rossa ( colui o colei) che sa tutto e corregge sempre, al grido la ” Grammatica non è un’opinione”.
Come i terrazzi verdeggianti con le lucine natalizie, i social sono vetrine dove ciascuno espone chi è e ciò che vuole e spesso si rivela più ” fumo e poco arrosto”; una sorta di palazzo privo di portiere dove ognuno ( a torto o ragione) pretende di dire la sua.

Scene surreali tipiche dei cortili condominiali anni sessanta, una sorta di ” Vengo anche io, no tu no” di Jannacci, oppure ” La casa” di De Gregori dove un edificio diventa simbolo di una comunità chiusa, quasi proprio fosse quella condominiale oppure il racconto crudo di un palazzo popolare di New York, ” Dirty Blvd” di Lou Reed.
L’ironia serve a ricordarci che dietro ogni nickname c’è una persona in carne e ossa anche se scrive “xchè” o posta l’ennesima foto del gatto e che non dovremmo smarrire le tracce della buona educazione: ciò che si scrive e come lo scriviamo ci qualifica inevitabilmente.
Il condominio nel mondo fisico è il luogo della prossimità forzata, non scegliamo chi vive accanto a noi, nei social sembra che la scelta sia nostra , seguiamo chi vogliamo, silenziamo e blocchiamo chi ci infastidisce ma in realtà anche qui ci troviamo immersi in un brusio collettivo; la dinamica è la medesima, la convivenza che si sa essere un’arte fragile e il suo paradosso di una vicinanza senza intimità.
Nessuno dorme mai qua dentro, tutti parlano pure sopra ma nessuno mai bussa alla porta, capita però in questo estenuante via vai che qualcuno con passo leggero e felpato si avvicini, legga, osservi e si fermi, diventando così più ” vicino”; affinità, sentire e modalità che scorrono all’unisono e nelle quali ci si riconosce, pacatezza e garbo di colui che prova a comprendere, condividere e conoscere.
Quando si collega non fa mai rumore.
In soldoni un unicorno in un palazzo di fenicotteri con il megafono.
Una specie di vicino di casa ideale, quello che non suonerebbe mai alle 7 di mattina per chiederti lo zucchero ma se lo facessi te ti offrirebbe anche il caffè, un’accoglienza nell’anima e dell’anima, quella che fa sì che tu abbia sempre una seduta, la migliore in salotto.




