ANIMA IN DEPOSITO

Immagazzinare è una parola che sa di scaffali metallici, muletti, luci al neon, un termine oltremodo pesante, eppure utilitario, una delle attività più intime, ostinate e inevitabili dell’essere umano.

Noi immagazziniamo tutto, anche quando giuriamo di no.

Immagazziniamo parole dette a metà, canzoni ascoltate distrattamente in macchina che poi, anni dopo, ci rovinano giornate intere perché ci riportano esattamente lì, immagazziniamo silenzi, soprattutto quelli, con una precisione simile a quella di un cecchino.

Immagazzinare è il verbo (forse) di chi non si fida del presente, o meglio, di colui che ha contezza che il presente passa…e pure di corsa.

Noi immagazziniamo perché siamo creature temporanee con ambizioni eterne, vogliamo ostinatamente che qualcosa resti, anche solo una sensazione o una frase detta male al momento giusto: immagazziniamo molto meglio ciò che non abbiamo compreso al momento.

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La felicità viene vissuta, il resto, l’ambiguo, l’incompiuto, il ” forse”, viene archiviato con cura maniacale come a dire ” Non lo so ancora usare ma un giorno tornerà utile”.

Il cuore in questa pratica è un magazzino altamente inefficiente, meravigliosamente umano, che non segue il principio ” l’ultimo entrato, primo uscito”, anzi, tende a conservare il primo dolore accanto all’ultima speranza e non getta via proprio niente.

Immagazzinare non significa accumulare macerie, piuttosto accumulare materiali…e i materiali sono propedeutici alla costruzione; Kafka ha immagazzinato angoscia per trasformarla in lucidità, Virginia Woolf istanti per renderli eterni, Pessoa conservato frammenti di sé come se stesse facendo scorta di vite di riserva.

Calvino parlava di leggerezza quale capacità di sollevarsi dal peso; ecco immagazzinare serve anche a questo, a scegliere cosa un giorno potrà essere lasciato andare, Beckett non scriveva perché sapeva, bensì perché aveva accumulato e Borges, con la sua impeccabile ironia, immaginava una memoria totale come una maledizione…se immagini tutto non vivi più niente.

Esistono occasioni in cui l’immaginazione assume connotati tragici, “All those moments will be lost in time, like tears in train” (Blade Runner): non vengono smarriti perché non sono importanti, piuttosto perché nessuno ha più uno “spazio” per contenerli.

L’arte è un perfetto sistema di stoccaggio (elegante) dell’esperienza umana; Frida Kahlo conservava il dolore come si conserva un seme, non tanto per celebrarlo, quanto per trasformarlo in linguaggio.

La musica, invece, immagazzina contro la nostra volontà, non è memoria piuttosto infiltrazione; una melodia che entra come umidità nei muri, non la si vede ma un giorno compare una macchia e si comprende che era lì da tempo e la cosa più ironica è che sovente le canzoni diventano rifugi come se il cervello dicesse ” non so perché ma qui mi sento al sicuro”.

Immagazziniamo errori per diventare meno ingenui, fallimenti per sviluppare senso dell’umorismo, attese per imparare a restare fermi e immagazziniamo pure la felicità, di nascosto, come se portasse sfortuna dirlo.

Forse l’atto più elegante non è svuotare il magazzino ma smettere di vergognarsene, accettare che siamo individui di deposito oltre che di flusso e di evoluzione, che la leggerezza risiede nel sapere che cosa un domani potrà essere utilizzato.

Immagazzinare è un atto di ottimismo travestito da disordine, è credere (senza prove) che qualcosa di ciò che stiamo vivendo adesso anche se confuso, anche se eccessivo, servirà.

E qualora non fosse necessario ci farà compagnia.

Il che non è poco.

Francesca Valleri