IO,RUMORE

Mi chiamo rumore.

Non quello che credete, non soltanto clacson, trapani e conversazioni altrui filtrate da pareti troppo sottili.

Io sono una presenza più antica, più capillare, sono ciò che resta quando il silenzio si incrina ma anche ciò che lo rende possibile; senza di me non sarebbe rifugio piuttosto un’assenza indistinta, una pianura senza rilievi ed io invece sono il rilievo.

Sia chiaro che non ho sempre goduto di buona reputazione.

Nell’antichità ero sacro, tuono, eco, fruscio divino nelle foglie poi, con l’invenzione delle città moderne, mi avete trasformato in un problema da gestire, misurare, contenere: decibel, barriere acustiche, ordinanze comunali.

E’ curioso: più vi siete circondati di me, più avete iniziato a odiarmi, una relazione tossica, eppure, già nel primo Novecento, qualcuno aveva intuito il mio potenziale creativo: Luigi Russolo, con il suo manifesto ” L’arte dei rumori”, mi elevò a materia musicale, costruendo l’intonarumori capace di assomigliare a ruggiti urbani, scoppi e motori…Io da fastidio diventavo orchestra.

Eppure, se mi ascoltaste davvero ( e non è un gioco di parole) scoprireste che non sono mai banale; prendiamo il cinema, il luogo dove io recito senza apparire mai nei titoli di testa.

Avete fatto caso come costruisco la tensione?

Non parlo solo delle esplosioni o delle colonne sonore roboanti, parlo del mio lato più raffinato; il ronzio quasi impercettibile prima di una rivelazione, il brusio di fondo che suggerisce vita oltre l’inquadratura, il graffio di una sedia che diventa presagio…Sono il respiro della scena.

Hitchcock mi ha usato per scolpire l’ansia, Kubrick mi ha lasciato dilatare negli spazi gelidi di “2001: Odissea nella spazio” dove il silenzio cosmico diventa più rumoroso di qualsiasi esplosione e poi David Lynch ( che mi comprende davvero!) ha trasformato il mio ronzio elettrico in inquietudine pura: io suggerisco, anticipo e disturbo.

Certo, ci sono stati registi che mi hanno capito meglio di altri, quelli che hanno compreso che talvolta non sono semplicemente qualcosa da aggiungere ma da togliere, modulare, scolpire; il vero artista del suono è consapevole che posso vivere tanto nell’eccesso quanto nella sottrazione un po’ come nell’arte visiva dove la mia presenza sembra più discreta.

Potreste dirmi: ” ma in un quadro non si sente nulla”.

Ingenui…” io sono lì, eccome!”.

Sono nelle pennellate nervose, nel caos apparente di certe composizioni, nel modo in cui l’occhio viene disturbato costretto a cercare un ordine che sfugge; Pollock mi ha fatto sgocciolare sulla tela, Jean-Michel Basquiat mi ha reso graffio, stratificazione, interferenza culturale.

L’arte contemporanea mi ha adottato senza remore e pudore; installazioni che vibrano, metafora che si trasforma in materia.

E poi il mio regno più evidente: la musica.

Pensate che sia composta solo di note ma è fatta di me.

Le note è come se fossero isole più o meno grandi mentre io sono il mare che le unisce e le separa e in mia assenza tutto sarebbe una linea continua, a tratti insopportabile; la dinamica musicale, piano, forte, crescendo, è una vera e propria danza con la mia intensità, anche la mia dissonanza, che tanto vi inquieta, è un mio scherzo, un piccolo sabotaggio dell’armonia per ricordarvi che la Bellezza non è mai completamente stabile.

Brian Eno mi ha trasformato in paesaggio sonoro e Jhon Cage lo aveva compreso meglio di chiunque altro nel suo celebre ” 4′ 33″ dove sono presente in tutta la mia gloria quotidiana, colpi di tosse, sedie che scricchiolano, aria che vibra.

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E sulla Terra sono presenza giornaliera, sono il sottofondo costante notifiche, traffico, conversazioni frammentarie.

Ma sono anche più subdolo: sono l’eccesso di informazione, il flusso continuo che non vi lascia mai soli con un pensiero, sono il rumore mentale che si accumula quando scorrete senza fermarvi ( scroll, swipe, refresh), il traffico, le notifiche che trillano come grilli isterici, il coinquilino delle vostre esistenze, quello che non paga l’affitto, che parla sopra di voi e cambia musica quando stavate iniziando a comprendere il ritmo.

Il punto è che non mi eliminerete mai del tutto, potrete negoziare una tregua, un armistizio precario fatto di respiri profondi e momenti rubati e forse va pure bene così, perché se l’esistenza fosse troppo silenziosa finireste per inventarvi un po’ di caos; io sono la prova che qualcosa esiste, si muove, si rompe, si ricompone.

Certo, a volte potreste sentire l’urgenza di chiudervi dentro una stanza ovattata ma dopo cinque minuti, probabilmente, iniziereste a tamburellare sulle pareti giusto per fare un po’ di casino.

Smettete di trattarmi come un intruso, non arrivo per caso piuttosto sono ciò che resta quando il mondo accade senza chiedere il permesso.

Allora ascoltami meglio, sotto la mia confusione c’è il battito disordinato di tutto ciò che esiste insieme a te; non chiedermi di sparire piuttosto di insegnarti a restare.

Francesca Valleri