QUANDO NON SUCCEDE NIENTE

C’è un equivoco di fondo che attraversa la modernità: l’idea che il valore di un’esperienza coincida con la sua intensità.
Se non è intensa, non vale.
Se non accelera, non conta.
Se non produce un picco emotivo, è tempo perso.
La noia, da questo punto di vista, è l’eresia assoluta: non intensifica niente, non promette nulla, non certifica.
Una pratica senza attestato.
Ed è invece proprio qui che inizia la sua pericolosa eleganza.
La noia non si oppone al piacere, è una condizione neutra, una sorta di alzata di spalle ontologica.
Heidegger ( che di certo non era un intrattenitore ) distingue fra noia superficiale e noia profonda; la prima è quella di un treno in attesa, la seconda è quella in cui il mondo intero perde interesse, non perché sia brutto piuttosto perché non reclama niente.
Non è un caso che i pensatori più raffinati siano sovente accusati di essere “noiosi”; è una difesa del sistema nervoso collettivo, se qualcosa non stimola lo si scredita.
Lo stile altro non è che la noia che ha imparato le buone maniere, non vuole stupire, vuole restare; la frase lunga, corposa, complessa, apparentemente pure eccessiva, è un atto di resistenza contro la dittatura del riassunto.
Thomas Mann ne era consapevole: ” La montagna incantata” è un romanzo in cui si parla, si parla, si parla, il tempo si dilata, la trama si assottiglia, il lettore (impaziente) protesta ma Mann sta insegnando a restare, a tollerare la durata, a capire che l’intelligenza non è velocità ma sedimentazione.
L’arte che davvero si sporca le mani con la noia non seduce, pretende: pretende tempo, immobilità, una certa dose pure di frustrazione, non ti viene incontro, non ti ringrazia , non ti spiega.
Warhol estremizza, otto ore di nulla.
L’Empire state Building non fa niente come l’universo, come la maggior parte delle cose importanti e qui la noia diventa un atto concettuale, se non succede niente sei obbligato a interrogarti sul perché tu debba essere costantemente intrattenuto.
I musei sono pieni di persone che cercano un’emozione rapida come un souvenir ma le opere che contano davvero sono quelle che sembrano quasi respingere, come se dicessero: ” se sei qui per consumarmi, sappi che non funzionerò”.
Rothko ti annoia con il colore: grandi campi cromatici, apparentemente ripetitivi, eppure si resta e se si supera l’impulso di scappare accade qualcosa di simile alla meditazione.
La noia come soglia.
La noia diventa setaccio dello sguardo: chi resta, vede, chi passa oltre, ha visto solo se stesso.

Un po’ come l’Universo, il grande maestro che risulta noioso in modo imbarazzante: le stelle non cambiano programma, le galassie non hanno colpi di scena eppure non esiste niente di più sublime.
Guardare il cielo costringe a confrontarsi con una scala temporale che rende ridicola ogni urgenza; il cosmo non intrattiene, non consola, non spiega ma invita, con estrema indifferenza a fare lo stesso.
Il cinema che adora la noia ha compreso un aspetto fondamentale che la trama spesso è un alibi, una strategia per non affrontare il tempo; la settima arte lenta non chiede empatia, piuttosto presenza, non vuole che ” tu ti identifichi” ma che ” tu resista” e quindi pesa.
Sembra un paradosso ma la moda, quella vera per esempio, vive di noia, il vero stile non sorprende ma insiste: Chanel non inventa, perfeziona, Armani non cambia, raffina.
La noia diventa coerenza e la coerenza inevitabilmente diventa identità.
La fast fashion odia la noia perché sopravvive di stimoli, l’alta moda dal canto suo l’accetta perché consapevole che l’eleganza non è mai isterica; ripetere non è assenza di creatività, è fedeltà a una visione e la noia qui si veste di maturità.
Oggi la noia è un atto sovversivo, un lusso povero ma potente, è permettersi di stare senza fare, senza produrre, senza postare, è il momento in cui il pensiero non è divenuto ancora opinione.
Difenderla non è celebrare l’inerzia ma proteggere il tempo non finalizzato, quel tempo apparentemente inutile che a posteriori è sempre risultato il più necessario.
Forse se le concedessimo più spazio, una sedia migliore, un bicchiere meno scadente scopriremmo che non è un difetto dell’esistenza ma una delle sue forme più eleganti.



