CHILI,GLORIA E NATALE

C’è un momento, durante le festività natalizie, in cui lo specchio del bagno cessa di essere un elemento di arredo e assume la dignità tragica di un personaggio dostoevskiano, è lì, impietoso e silenzioso che osserva il tentativo (in corso) di abbottonare i pantaloni con la stessa espressione di Napoleone a Waterloo!

La pancetta ( e chiamiamola pure con il suo nome più affettuoso ) è comparsa ( e forse non è mai andata via ) ma è Natale e si sa…tutto viene amplificato: i buoni sentimenti, le luci, i ricordi di infanzia e soprattutto i chili.

Il Natale e tutte le festività appresso, sono una congiura gastronomica che inizia con innocenza…”solo un assaggio”… “è fatto in casa”; frasi che hanno la stessa funzione delle sirene omeriche ma con meno poesia e più colesterolo.

La pancetta è democratica, colpisce tutti indistintamente, il salutista militante che a novembre parlava solo di quinoa, il tradizionalista che “senza il bis non è festa” e l’adulto, che oramai dialoga con la bilancia come fosse un vecchio e caro amico.

L’arte, del resto, ci aveva avvertiti.

I pittori fiamminghi del Seicento, con quelle tavole imbandite e corpi prosperi non celebravano solo l’abbondanza ma raccontavano l’inevitabile; Rubens non dipingeva la magrezza, non per distrazione, piuttosto era la visione del mondo, la carne come segno di vita, di benessere, di un’esistenza vissuta intensamente.

(web)

E Botero…Botero e le sue rotondità voluttuose.

La letteratura, dal canto suo, non poteva ignorare la questione; Manzoni con pranzi come snodi morali e Proust che necessitava di una madeleine per ritrovare quel tempo perduto che oggi è sospeso in una fetta di pandoro mangiata a mezzanotte quando non sarebbe neppure più opportuno ma proprio per questo necessaria.

E così, tra un ricordo di infanzia e una crema al mascarpone, la pancetta si forma come un segnalibro sul corpo a ricordarci dove ci siamo fermati a godere.

Il cinema ha raccontato questo rito con una sincerità che sfiora quasi la tenerezza, le tavolate di Monicelli, i pranzi rumorosi di Scola, le famiglie che litigano, si riconciliano e digeriscono insieme; il cibo in questi frame non è mai sfondo bensì protagonista.

La pancetta non viene nominata ma è presente ovunque, sottesa nei gesti lenti di chi si alza da tavola, nel bottone slacciato, nel sospiro che precede il caffè; una commedia dell’eccesso che non giudica, osserva e ride con noi ( non di noi ).

La musica accompagna tutto questo con una colonna sonora che sembra creata ad hoc per rallentare; le canzoni natalizie, con i loro tempi morbidi e ripetitivi, invitano alla stasi, alla contemplazione, alla digestione lenta, non chiedendoci di correre ma di restare.

E così, rimaniamo seduti ancora un po’, ascoltando quel vecchio ritornello mentre il corpo registra, archivia, conserva.

La pancetta in fondo è una forma di memoria, il luogo dove si conservano le feste; a gennaio proveremo a cancellare, a riformare, a rientrare nei ranghi della normalità, faremo propositi solenni, degni di giuramenti rinascimentali ( e forse li infrangeremo con la stessa eleganza con la quale li abbiamo formulati ).

Dunque, sarebbe opportuno guardarla quella piccola e tenera pancetta con indulgenza, come un’opera collettiva, è il risultato di mani che hanno cucinato, di brindisi lenti, di risate, di tavoli condivisi.

E’ l’unico souvenir delle feste che non si può scordare in un cassetto.

Forse anche per questo il più sincero.

Francesca Valleri