PUNTI DI VISTA

C’è chi sostiene che la vita sia una linea retta; nascita, sviluppo, culmine, inevitabile dissolvenza.

Una prospettiva geometrica, quasi ferroviaria.

E poi ci sono i sognatori di pois, individui che percepiscono l’esistenza non come mero percorso lineare ma come un susseguirsi di punti sorprendenti, a volte piccoli cerchi che interrompono il monotono tessuto del quotidiano; in soldoni, mentre il mondo si affanna a tracciare rette, loro preferiscono disegnare pallini!

Il pois, inteso come motivo grafico, scelta estetica, inclinazione interiore, è una filosofia discreta ma tenace, è democratico, sta bene a tutti ma non è scelto da chiunque.

E’ infantile e sofisticato allo stesso tempo; dalla tutina del neonato, all’abito da cocktail di Audrey Hepburn, fino al puntino della matita degli scolari a quello degli umanisti impegnati.

E’ oltremodo semplice ma non banale, una geometria elementare con la potenza di un archetipo.

A guardare bene la letteratura ( e pure la grammatica ) è piena di puntini, anche quando non si vedono.

Il loro equivalente linguistico è il punto, dato incontrovertibile che chiude la frase ma nell’atto stesso di chiuderla la rilancia verso la successiva; il pois è un punto che si è messo in ghingheri e che ha deciso di farsi notare senza disturbare.

E non ci è concesso dimenticare che il mondo narrativo è un insieme di eventi/puntini, episodi, scene, epifanie, sbavature esistenziali: Joyce e le gocce di coscienza, Calvino e le città leggere, Proust che probabilmente avrebbe annotato il diametro del cerchio sulla tovaglia della zia Lèonie se solo avesse potuto sostenerne la vista!

Arte del movimento invece per il cinema che ha da sempre amato quei puntini rappresentando ( quale legge del contrappasso ) l’immobilità: ” A qualcuno piace caldo” fluttua come dichiarazione di frivolezza necessaria, o le gonne degli anni ’50 a braccetto con sorrisi smaltati e un universo di pallini ordinati che si ripetono ostinatamente quasi a convincerci che l’armonia (tanto agognata) esista davvero.

Fellini avrebbe potuto far parlare un personaggio solo con la fantasia dei suoi pois simbolo di gioia che non riesce a prendersi completamente sul serio.

Diciamolo…il pois ha una sua ironia incorporata, è il cerchio che si è rifiutato di crescere fino a diventare una sfera, si accontenta ed è in questa modestia che si diventa chic.

Yayoi Kusama, la sacerdotessa cosmica del puntinismo ne ha fatto il proprio mantra, un mondo con un’infinita proliferazione di punti che si espandono e si allargano fino a inghiottire l’io.

Il pois non è più un mero vezzo ma la struttura portante dell’universo, la prova che nell’infinitamente piccolo risiede il barlume dell’infinito.

Vivere a pois ovvero accettare che la vita non sia un continuum ma una costellazione, che non sempre si procede ma sovente si salta, che il senso non risiede nella linea bensì nei nodi.

Chi vive a pois concede pregiatezza ai dettagli: un caffè preso lentamente, un libro aperto a caso, una conversazione senza obiettivi.

I punti non sono ostacoli ma appoggi sui quali riprendere fiato.

In fondo in fondo il pois è un inguaribile ottimista, non pretende di essere il centro del mondo ma vuole (consapevolmente) esserci; discreto, ripetuto, allegro e pure filosofico.

A suo modo sottolinea quanto la vita sia una galassia di momenti (alcuni enormi, altri minuscoli) che messi insieme danno forma al nostro irripetibile abito quotidiano.

Francesca Valleri