QUELLO CHE RESTA SUL PAVIMENTO

Ci sono mattine in cui lo specchio non restituisce una persona ma un’opinione.

E’ un dettaglio sottile, a tratti impercettibile, eppure sufficiente a compromettere la giornata; una ciocca ha deciso di non partecipare al progetto generale, un riccio ha preso un’altra strada, la nuca sembra appartenere a qualcuno che durante la notte ha fatto scelte di cui non intende rendere conto.

Il resto può essere perfetto.

La camicia è stirata, le scarpe pulite, il viso è quello di sempre ma i capelli hanno convocato un’assemblea e hanno votato contro.

E’ difficile trovare un’altra parte del corpo che possieda una simile libertà; le mani obbediscono, le gambe, bene o male, collaborano, persino le sopracciglia possiedono una certa disciplina.

I capelli no (e questa è la parte che raramente entra nelle pubblicità degli shampoo).

Crescono mentre il resto del corpo sembra fermo, registrano gli anni senza chiedere il permesso, conservano una lunghezza, una stagione, una moda, un periodo della vita, poi vengono tagliati e quella parte di tempo finisce sul pavimento in ciuffi apparentemente insignificanti.

E’ curioso il fatto che una persona possa conservare fotografie, biglietti del cinema, lettere d’amore, vestiti vecchi ma nessuno pensa mai che anche una ciocca possa avere un archivio.

Ci sono capelli che appartengono all’adolescenza, altri che ricordano un amore, capelli tagliati dopo una separazione, oppure lasciati crescere quando qualcosa dentro non era ancora pronto a ricominciare.

Forse questo cambiare pettinatura non è solo esclusivamente una questione estetica, a volte è un modo discreto di dichiarare che qualcosa è finito, altre volte che qualcosa può finalmente cominciare.

La storia dell’arte ha sempre saputo che una testa può diventare un manifesto.

Michelangelo ha passato la vita a liberare figure dal marmo, David Bowie ha fatto qualcosa di simile con la propria immagine, non scolpiva personaggi ma li lasciava entrare dalla porta principale attraverso i capelli, il trucco, la silhouette; ogni trasformazione sembrava una risposta alla domanda più scomoda… ” quanto di noi rimane quando cessiamo di assomigliare a ciò che eravamo?”.

L’ordine è spesso una convenzione, il disordine, qualche volta, è una confessione.

Perfino i tarocchi potrebbero dire la loro.

La Torre, con la sua vocazione ai crolli improvvisi, sembra fatta apposta per rappresentare quella fase della vita in cui si prende una forbice e si decide che basta così.

La Morte, invece non sarebbe così macabra; è la carta della trasformazione e un paio di forbici potrebbero essere una forma domestica, quasi educata, di rinascita.

Eppure certi cambiamenti cominciano proprio da lì, da una sedia davanti a uno specchio, da una frase pronunciata sottovoce “tagliamoli” e improvvisamente qualcosa che era cresciuto con noi, centimetro dopo centimetro non esiste più, resta per terra, in silenzio.

E’ forse questo il paradosso dei capelli: sembrano la parte più frivola di una persona e invece sono una delle più fedeli alla sua storia.

Non parlano ma testimoniano.

Non ricordano ma conservano.

Non possiedono sentimenti eppure finiscono continuamente dentro ai nostri.

Poi c’è sempre quel capello che alle otto e un quarto decide di sollevarsi verso nord-est a ricordare che anche le cose profonde, ogni tanto, necessitano di una pessima piega e che l’essere umano può interrogarsi sul tempo, sull’identità, sulla perdita, sulla metamorfosi ma prima, possibilmente, deve sistemarsi la frangia.

P.S. Se quei capelli, prima di finire sul pavimento, possono diventare qualcosa per qualcun altro, vale la pena pensarci: donarli significa trasformare un gesto personale in un aiuto concreto per qualcuno, qualche centimetro in meno sulla propria testa, qualche possibilità in più per chi sta attraversando una malattia.

Francesca Valleri