L’ULTIMA DOMANDA

C’ è una domanda che continuiamo a fare all’intelligenza artificiale, con una certa solennità quasi ridicola: ” Diventerai più intelligente di noi?”:
Domanda sbagliata, anzi è una domanda profondamente umana e per questo sospetta perché presuppone che l’intelligenza sia una gara, un campionato dove prima o poi qualcuno salirà sul podio e qualcun altro rimarrà fuori.
Ma forse, l’intelligenza artificiale non è pericolosa perché potrebbe surclassare l’uomo, è pericolosa perché potrebbe diventare più comoda per l’uomo e questa è una differenza, atrocemente più inquietante.
Immaginiamo per un momento che, fra cent’anni, qualcuno ritrovi una fotografia del nostro secolo e non vi vedrà, necessariamente, dei robot assassini, piuttosto milioni di individui davanti a uno schermo che chiedono alla macchina di scrivere una lettera d’amore, recensire un film, spiegare una malattia, scegliere un ristorante, formulare un’opinione.
Forse quel futuro storico potrebbe pensare che fossimo una civiltà curiosa, che avevamo inventato una macchina capace di elaborare quasi tutto e che decidemmo di usarla per evitare il fastidio di elaborare qualcosa da soli.
Sarebbe una forma di decadenza assai più elegante di quelle che conosciamo.
Non avremmo incendiato Roma.
Avremmo semplicemente delegato a un algoritmo la scelta delle tende.
Il vero rischio non è dunque la sostituzione dell’uomo ma la sua deresponsabilizzazione.

Un tempo, quando non sapevamo qualcosa, dovevamo convivere con il vuoto e quel vuoto aveva un nome nobile, ignoranza , che obbligava a cercare, studiare, discutere e sbagliare, ci costringeva pure a pronunciare la frase più “umiliante” e fertile della lingua italiana, ovvero ” non lo so”.
Oggi stiamo costruendo strumenti meravigliosi capaci di rispondere immediatamente e rischiamo di perdere quella stanza mentale nella quale nasce il pensiero, il dubbio, il sospetto, la paura e pure il punto interrogativo.
E qui scende in campo una parola trattata a pesci in faccia come se fosse un soprammobile elegante ma non indispensabile la cultura che non è soltanto a sapere chi sia Dostoevskij o a riconoscere un Caravaggio: questa si chiama memoria ed è altra cosa.
Cultura nell’accezione più profonda del termine, intesa quale capacità di mettere in relazione ciò che sappiamo con ciò che ancora non sappiamo di sapere; è il sospetto che una frase possa avere un sottotesto, che un’immagine possa mentire, che una statistica possa essere sì veritiera ma raccontare una storia falsa, che un progresso possa essere anche una perdita, che un individuo possa aver ragione sulle questioni e torto sulle persone.
La cultura è in realtà anche una sofisticata forma di diffidenza, ci insegna a non prendere il mondo alla lettera ed è precisamente per questo aspetto che diventa indispensabile nell’epoca dell’intelligenza artificiale perché una macchina può offrire una risposta ma solamente una persona culturalmente allenata può chiedersi se quella risposta abbia senso.
Un algoritmo può conoscere migliaia di romanzi ma leggere “Don Chisciotte” non significa conoscere la trama ma imparare qualcosa sull’ostinazione, la dignità del ridicolo, sulla distanza fra realtà e desiderio.
Un algoritmo può analizzare milioni di immagini di guerra ma questo non significa comprendere cosa abbia significato per Goya dipingere il “3 maggio 1808”, può riconoscere ogni fotogramma di “Blade Runner” ma non può sentire il peso di essere essere umano.
Ma c’è un aspetto che nessuna statistica riesce a spiegare: perché un uomo abbia dipinto “La notte Stellata” guardando un cielo che per lui, non era semplicemente un cielo: Van Gogh dipingeva non dati ma necessità, quella notte non aveva bisogno di essere ottimizzata ma “solo” di essere attreversata.
Forse il paragone più calzante è con Mefistofele, non perché l’ intelligenza artificiale sia il demonio piuttosto perché nella letteratura occidentale il diavolo ha sovente una caratteristica molto sottile e crudele: offre scorciatoie.
Trasformare l’informazione in esperienza e l’esperienza in giudizio: questo è il compito della cultura.
Forse il futuro non sarà una guerra fra uomini e macchine bensì una lotta più silenziosa fra ciò che possiamo delegare e ciò che non dobbiamo delegare.

Francesca Valleri


