L’ARANCIONE NON HA ALIBI

Nota: tutto ciò che non rispetta il contesto finisce quasi sempre per rivelare il contesto stesso.
C’è una teoria non verificata ma sorprendentemente diffusa (tra chi ha almeno una parete dipinta con prudenza): i colori si dividono in due categorie, quelli che chiedono permesso e quelli che rovinano la compostezza ambientale.
Il nero chiede permesso come un maggiordomo composto, il bianco lo chiede fingendo di non aver necessità di risposta, il grigio aspetta che la stanza si adegui a lui; l’arancione entra come se la stanza fosse un’opinione.
Nota di fondo: la neutralità non esiste, esiste solo una forma più elegante di controllo.
Vincent van Gogh lo aveva intuito senza mai formalizzarlo, nei suoi quadri l’arancione non illuminava il mondo, lo disturbava abbastanza da renderlo vero.
Nota laterale: ciò che disturba sovente coincide con ciò che non può essere semplificato.
Monet lo inseguiva come si inseguono le “cose” che non hanno intenzione di essere catturate; l’arancione, nei suoi tramonti, è il momento in cui la realtà, scientemente, decide di non stare più ferma.
Nota quasi involontaria: alcune cose esistono solo mentre stanno cambiando.
Kandinsky ha tentato di concedergli una dignità spirituale, come si fa con gli ospiti rumorosi alle cene importanti; tentativo raffinato ma del tutto inutile.
Nota di sottotesto: non tutto ciò che non si lascia interpretare è profondo, talvolta è “solo” vivo.
Il punto interessante arriva quando si smette di fingere che stiamo parlando solo di arte.
Nella vita quotidiana l’arancione è “bello” o “brutto”.
In soldoni è pura interruzione con buone intenzioni.
E’ il colore dei segnali che ti trattano come se stessi per distrarti dalla realtà per l’ennesima volta, è il giubbotto ad alta visibilità che traduce il mondo in un rimprovero gentile, è il cartello che non informa ma interrompe con cortesia militare.

E qui, senza far troppo rumore, accade qualcosa di leggermente serio.
Abbiamo costruito una gerarchia estetica che suona come una barzelletta raccontata da qualcuno che non ride mai.
Il nero è autorevolezza senza spiegazioni, il bianco è purezza senza prove, il grigio è intelligenza senza rischio: l’arancione, invece, è stato assegnato al ruolo di ciò che “serve” come se servire fosse una forma inferiore di esistenza.
Nota scomoda: ciò che chiamiamo utilità è spesso ciò che non sappiamo come celebrare.
Goethe lo avrebbe caricato di significati interiori fino a farlo quasi chiedere scusa per esistere e tra i due, l’arancione, avrebbe probabilmente scelto una terza via ovvero comparire senza autorizzazione: ciò che non si lascia ridurre diventa automaticamente sospetto.
In definitiva è il colore che non si adatta ma si ripete e ogni volta che lo fa sembra dire ” non è colpa mia se mi vedi”.
Nota conclusiva: la visibilità non è scelta, è un evento che accade tra chi guarda e ciò che si nasconde.
Probabilmente l’arancione non è un eccesso, forse un promemoria mal formulato: la realtà, quando cessa di essere filtrata dal nostro bisogno di ordine, non è mai neutra e la neutralità, in fondo, è un modo elegante per dire che abbiamo paura di ciò che si vede troppo chiaramente.
L’arancione non ha mai avuto questo problema, è sempre stato visibile e non hai mai considerato questo aspetto come un difetto.

Francesca Valleri


