” UN OCEANO DI SILENZIO”

C’è una poesia di E. Lee Master che d’ emblée scaraventa sul vassoio un vero e proprio catalogo di silenzi per rendere istantaneamente pragmatico un sostantivo intriso di complessità e soggettività mostruose; esce allo scoperto il silenzio della tregua dell’ anima, quello di un dolore lancinante, di un grande odio o di un amore sconfinato, quello del perdono o dell’ amicizia, dell’ imbarazzo o della riflessione.

Il dizionario lo qualifica come una ” condizione ambientale definita dall’ assenza di perturbazioni sonore” o ” astensione o cessazione del parlare” come veniva applicato e regolato a Bisanzio o imposto, durante l’ assemblea, dall’ ufficiale romano ” silenziario”.

Dunque è certa l’ esistenza di due declinazioni di silenzi, quello geniale del rumore e quello umano, come due gli attori protagonisti che lo portano in scena: chi ” sta” in silenzio e chi ” fa” silenzio perché in realtà è un vero e proprio atto linguistico, dotato di una personale grammatica e punteggiatura.

Apertamente…cos’è il silenzio?

Una manciata di secondi e gela il sangue, impallidiscono i volti, sale un senso di spaesamento ( e forse pure un accenno di sorriso per uscire dall’ empasse).

Potrebbe essere un qualcosa di indefinibile o possedere la risposta nella domanda stessa.

Forza eloquente per i Dakota, nella disgrazia prova di stima e di rispetto, degno di ammirazione nei grandi eventi o terrore come quello provato da Giovanna d’ Arco che in quell’ istante avrebbe desiderato soltanto una voce che la rassicurasse.

Per Pitagora che in lui ravvisò lo strumento principe per plasmare una mente più riflessiva attraverso il controllo della parola diventò “conditio sine qua non” per l’ accesso alla sua scuola; aver trascorso cinque anni in silenzio era il requisito, in presenza di una personalità più riflessiva ne erano sufficienti ” solo” due.

Per quanto lo si possa scandagliare con precisione chirurgica il silenzio cadrà sempre nel silenzio che lo riporta alla base di partenza originaria ovvero la necessità e l’ urgenza di ripristinare l’ ordine ” ancestrale” delle parole , affinché ritornino a esprimere qualcosa di importante, riemergendo da uno stato di banalità con il quale sono state abusate, svuotate e rivestite.

” I silenzi che mettono a disagio…Perché sentiamo la necessità di chiacchierare di puttanate? Per sentirsi a nostro agio? E’ allora che saprai di aver trovato qualcuno di veramente speciale, quando potrai chiudere quel cazzo di bocca per un momento e condividere il silenzio in santa pace” ( U. Thurman- Mia Wallace); l’ alternativa sono parole vuote, stantie, mortifere frutto di un’ interiorità discutibile.

C’è stato regalato un ” Oceano di silenzio” dove nel silenzio stesso il tempo sembra correre più lento e dove la taciturnità si trasforma ” in ascolto”; questa la chiave di lettura del Maestro.

Il silenzio detta il naturale respiro di cui abbisogna l’ esecuzione per i direttori d’ orchestra, alla stregua del gioco di ombre e luci che si ritrovano nella pittura e nella fotografia; se si accorcia diventa una corsa senza fiato, un po’ come quando da bambini si attraversava tutto d’ un fiato un angolo buio della casa.

Il ” silentium” è l’ origine, una specie di Big-Bang dal quale si sprigiona la vita e la ” Creazione” di Michelangelo con un dito e in silenzio , in silenzio nasce il volgare come racconta Dante nel ” Divulgari Eloquantia”; prima di esso acqua in bocca.

Ultimamente in via d’ estinzione è il padre biologico della parola e del pensiero, l’ esclusivo mezzo che l’uomo possiede per uscire dalla banalità.

Esiste ” un tempo perfetto per fare silenzio”. ( I. Fossati)

Francesca Valleri